La coscienza di un sogno

3 Ago

Recensione di Sogni, di Virgilio Sieni

Si può essere spettatori di un sogno? Con questa domanda mi incammino verso le scuole elementari di Santarcangelo raccogliendo l’invito dell’artista Virgilio Sieni. Mi incuriosisce l’idea trovarmi di fronte alla materializzazione, se pur rappresentata, di un inconscio, con la mente e il corpo vigili. Il racconto dell’onirico, la sua narrazione ad altri, è forse uno dei momenti più intimi e complessi della vita di ciascuno. Posso solo immaginare come Sieni abbia diretto i cittadini di Santarcangelo all’interno di questo universo, e come abbia tentato di farne una narrazione.

“Sogni” di Virgilio Sieni (Foto Ilaria Scarpa)

Giunto all’interno della scuola una maschera accompagna me e gli altri spettatori in un’aula. Prendo posto di fronte alla scena: un uomo di mezza età, brizzolato, fissa il vuoto attraverso una finestra. Resta immobile per pochi minuti, poi decide di interrompere quell’ossessione e si sdraia sul letto, afferra un orsacchiotto di peluche e lo stringe a sé abbandonandosi a un sonno profondo. È l’inizio del sogno. Forse per via del ritmo dello spettacolo, che genera in me un’attenzione fluttuante, non mi accorgo subito delle strane figure che iniziano ad animare lo spazio con gesti lenti e movimenti dilatati: alcune erano lì immobili prima che il sonno iniziasse, altre entrano dalla porta che si schiude lentamente, da sola, come se nessuno la stesse aprendo. Si dispongono attorno al letto, e se da un lato disturbano quasi il sonno dell’uomo parlando ad alta voce, dall’altro se ne prendono cura, accompagnando ogni suo piccolo spasmo. Nella stanza si è sviluppata una particolare tensione, l’aula stessa si è trasfigurata in pochi istanti, e mi pare non essere più nello stesso luogo in cui ero stato accompagnato. Sogni è uno spettacolo itinerante e al termine di questo primo quadro la maschera ci richiama, indicandoci il corridoio.

Entriamo in un’altra aula. Ancora un letto, dove questa volta è sdraiata una donna che stringe a sua volta un peluche mentre sta già dormendo. Mi siedo lentamente, non voglio disturbare. Su una scrivania posta davanti alla finestra, stanno sedute due ragazzine con un cono sul capo; all’improvviso si girano e si avvicinano alla brandina. Parlano in contemporanea pronunciando delle frasi che accennano una storia, e talvolta ripetono: “Ecco, è arrivata la signorina”. Anticipano così l’ingresso di una terza figura, la porta si apre e una donna lentamente si siede ai piedi del letto. Inizio a provare strane sensazioni: inquietudine, apprensione, smania, come se l’autore del sogno fossi io. Poco dopo si sentono dei colpi provenire dalla finestra chiusa. Sono spaventato, una delle due ragazzine alza lentamente la persiana e un uomo dai costumi ottocenteschi entra in scena. È una figura straniante, pare compresso in uno spazio che non gli appartiene, ha gli occhi chiusi e si muove con l’aiuto di un bastone, ha il passo diffidente di un cieco, sovrasta qualsiasi altra presenza e agita il sonno della donna distesa sul letto che inizia a dimenarsi, strattonando con forza il suo peluche. Più guardo il suo tormento, più aumenta la mia agitazione. Vivo emozioni alterne, mi dimentico quasi di stare assistendo a uno spettacolo teatrale. Le due ragazzine tentano di stemperare la tensione accarezzando il capo della donna e restituendole il pupazzo.

L’atmosfera stenta a distendersi, e nella stanza successiva ove veniamo condotti dalla maschera aleggia una strana apatia. Per terra c’è una bambina sdraiata. Ci sediamo di fronte a lei. Inizialmente penso che dorma, mi accorgo che nessuno se ne prende cura. Le presenze che si aggirano ieratiche tra le quattro mura vivono con distacco, non interagiscono l’un l’altra e ignorano tutto ciò che le circonda. Sono oramai perso, stento a ritrovarmi e questo mi angoscia, mi sento più solo. D’improvviso la bimba si alza, ha delle bacchette da batterista tra le mani, inizia a battere per terra, sui muri, si avvicina a quelle figure e batte anche le loro schiene scandendo un ritmo che possa svegliarle dal torpore. I sogni riprendono vita: l’energia rinasce da quella bambina, che si muove come se li richiamasse al dovere, quello di prendersi cura di chi, con un sonno profondo, li ha fatti nascere. I miei occhi si riempiono di quell’immagine curiosa e mi scappa un sorriso che allenta quella tensione a lungo trattenuta.

Siamo pronti per l’ultima stanza, ma qui lo scenario torna a ricalcare le linee iniziali del viaggio. Una donna che dorme, delle figure infantili ne custodiscono il sonno. Dovrei sentirmi di nuovo a mio agio, ma questo non accade, sono anzi molto ansioso. Mi guardo attorno cercando di capire cosa sia a rendermi così insicuro. Cos’è che mi preoccupa così tanto? Per terra ci sono dei bauli molto grandi, chiusi, si sentono strani e inquietanti rumori nella stanza e anche i fantasmi hanno paura stavolta: presi dal panico si nascondono dietro i cassoni. Ogni tanto si affacciano, si riabbassano, come in guerra, in trincea. Nel momento in cui provano ad aprire le casse, noto che la donna sul letto ha cominciato a muoversi spasmodicamente, a dimenarsi, ad agitarsi come se si opponesse alla loro apertura. Mi viene da pensare a dei ricordi, un baule è certamente un posto comodo dove custodirli, soprattutto se queste reminiscenze sono dolorose, e mi pare che sia proprio questa la situazione che ho davanti agli occhi: nessuno vuole guardare dentro le casse. Così i sogni vengono nuovamente in soccorso, richiudono i bauli e li spingono con forza contro il muro. È l’apice della tensione che di lì in poi inizia ad allentarsi. La sognatrice torna a rilassarsi, la porta si apre e inizia una lunga processione di figure, quelle che avevano abitato le stanze precedenti. Sono sorridenti e la solitudine esistenziale di quell’uomo di mezza età che aveva inaugurato il viaggio ha trovato lungo la strada una sua compagnia. L’atmosfera somiglia a un rito, a una festa, le facce sono distese, i corpi rilassati, è come un lungo abbraccio tra la scena ed il pubblico, che ha condiviso un’esperienza, a tratti dolorosa.

La fine dello spettacolo è una guarigione vera e propria, mi sento talmente bene da non volermi più rialzare, neanche dopo i meritati applausi che rivolgo agli attori, il sogno è finito, il sipario immaginario cala ma le emozioni restano ancora vive e non posso che ripensare a quello che sono stato durante questo viaggio di quaranta minuti: uno spettatore? un sognatore? un sogno io stesso? L’emozione sovrasta ogni retorica, sono stanco, vado a letto.

Davide Di Lascio

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