Unità indigene in terra straniera

2 Ago

Recensione di Indigenous – Dramma sonoro in due atti, di Barokthegreat

Indigenous – Dramma sonoro in due atti, Barokthegreat (Foto di Ilaria Scarpa)

Sotto il segno di un dramma sonoro in due atti si riunisce una pluralità di linguaggi, dove l’istintività del gesto si appoggia a un ritmo ossessivo, in un rifrangersi di luci su costumi, maschere e sipari.

Nel buio completo della sala, Indigenous intraprende il suo discorso scenico con un attacco musicale ripetitivo e percussivo; al suggerimento di un’atmosfera segue un’apparizione: una figura emerge dal fondo palcoscenico e tra strisce di luce e ombra create da un riflettore antistante non si qualifica se non come immagine di origine e forma misteriosa, ma presente come guida dello sguardo dello spettatore. A questa solitaria presenza, di cui solo ci è dato intravedere i contorni pur tra squarci di luce ben definiti, se ne aggiungono altre due dalle sembianze altrettanto oscure: tutte entrano ed escono dalla scena, protraendo ed ampliando l’impossibile identificazione delle forme fino al graduale disvelamento luminoso di tutto l’ambiente.

In uno spettro di colori e luci che da dietro le quinte si riverbera anche sul palco, improvvisamente scopriamo tre danzatrici ad attenderci, interpreti di una coreografia quasi interamente giocata sulla torsione degli arti superiori del corpo e solo a tratti immortalata in improvvise pose statiche.

In un attimo lo spettatore è catapultato all’interno della performance, inglobato nel ritmo della danza e delle frequenze sonore che dall’inizio lo investono totalmente: la musica proviene dai lati del palcoscenico, dove Leila Gharib alla batteria e Francesco ‘Fuzz’ Brasini al campionatore compongono l’orizzonte sonoro di Indigenous.
Su questo sfondo sensoriale si esplica il passaggio figurale di Sonia Brunelli, Giorgia Nardin e Dafne Boggeri: cinque unità in tutto per Lo sbaglio nel saluto e Contro il morso del rettile, due atti che si susseguono senza soluzione di continuità nella pulsazione continua del battito condiviso dello spettacolo.

In questa dimensione s’innestano le piccole e quasi impercettibili variabili nel movimento e i due linguaggi – visivo e sonoro – si completano a vicenda non spingendosi mai oltre i limiti di quel formato che ne sancisce l’unitaria coerenza, pur conservando il non-identico delle singole espressioni. All’interno di una situazione fortemente simbolica e strutturata si crea infatti una sorta di resistenza: una resistenza all’assolo e allo stesso tempo alla specularità reciproca, che lo spettatore deve essere disposto ad esperire più che a comprendere. Disposto ad abbandonarsi alla propria fascinazione nei riguardi di ciò che è ‘straniero’ sul palco, ma indigeno rispetto al proprio contesto e portatore di maschere e riti: un Altro tremendamente complesso e in gran parte inconoscibile, a cui approcciarsi con lo sguardo di un antropologo straniero in patria.

Ines Baraldi

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