Gyula Molnár – Animare l’inanimato: gioco di oggetti con attori

1 Ago

Conversazione con Gyula Molnár, autore e interprete di Piccoli Suicidi – Tre brevi esorcismi di uso quotidiano.

“Piccoli suicidi”, Gyula Molnár (foto di Ilaria Scarpa)

Qual è il processo drammaturgico che sta alla base della sua poetica?
Da sempre il processo creativo dei miei spettacoli si costruisce mediante l’improvvisazione, che scaturisce da una scintilla iniziale. Due possono essere le motivazioni fondanti: l’urgenza di dire qualcosa a cui tengo, a cui mi scopro legato, oppure un’intuizione che viene da fuori, qualcosa di particolarmente interessante che genera un discorso. Noto qualcosa, lo annoto, fino a che questo spunto comincia a crescere da solo e tutte le note fatte convergono tra loro come attratte da piccole calamite, risucchiate una dentro l’altra per affinità. Tutto ciò che conservo nel mio carnet di appunti si attiva a ogni scintilla appropriata, si sviluppa come un blob, inglobando elementi, costruendo significati. C’è anche una terza possibilità, ovvero che qualcuno mi chieda di partecipare al suo lavoro: in questo caso finisco dentro un argomento già strutturato nel quale mi posso trovare bene, oppure malissimo.
La tecnica dell’improvvisazione e il lavoro con oggetti da animare fanno parte della mia formazione teatrale: ho iniziato a fare teatro con gruppi nei quali solo dopo aver messo in atto delle scene improvvisate si prendevano appunti da cui poi nascevano i testi. Erano gli anni tra i ’70 gli ’80, e già lavoravo molto con il teatro di figura, seguendo laboratori di ricerca sul rapporto con l’oggetto, all’interno dei quali oltre agli attori anche gli oggetti partecipavano all’improvvisazione.

Che cosa significa che gli oggetti partecipano all’improvvisazione di un attore?
Tutto si basa su una capacità di ascolto dell’oggetto: l’attore-improvvisatore non deve essere accentratore, non deve interiorizzare necessariamente ogni stimolo, ma deve essere aperto a dialogare con l’esterno fino a potersi annientare in esso, se crede. Se ha questa capacità il compagno d’improvvisazione può essere tanto un altro attore quanto un oggetto. Mi capita di restare per un certo tempo in contemplazione dell’oggetto con cui mi relaziono, aspettando di vedere le reazioni che scatena in me, che cosa “fa” lui con me: così nascono le prime riflessioni e solo dopo cerco di capire come toccarlo, come agirlo. La fase operativa è questa specie di danza col partner scelto, dove dall’utilizzare all’essere utilizzato tutto vale.
Lo scopo è chiaramente la costruzione di un discorso, e se accettiamo l’oggetto come partner durante l’improvvisazione esso lo è anche nella scrittura, perché è lui il solo che può far nascere a sua volta dei significati. Stare accanto alle cose aiuta: oltre allo scambio continuo fra il valore simbolico dell’oggetto e il valore effettivo, solo certi accostamenti possono far nascere dei significati che danno poi corso alla scrittura.
Oggetti e cose che possano essere compagni di lavoro li cerco e misuro emotivamente. Sono lì e si accumulano, poi alcuni vengono scartati, e alla fine magari ne rimane solo uno. A volte, addirittura, non rimane più l’oggetto ma il suo effetto, cioè quello che ho pensato, appreso, sentito o scritto nel lavoro con esso.

Per questo in Piccoli suicidi ha scelto degli oggetti deperibili, che in qualche modo sono fatti proprio per essere consumati, come le caramelle, il fiammifero o il chicco di caffè?
In Piccoli suicidi c’è la morte in tutta la sua drammaticità. Nelle tragedie la cosa più importante è chi muore, e ogni volta accettiamo che ci sia un interprete di questa morte, lo seguiamo e in un certo senso ci identifichiamo in lui, e più accettiamo e crediamo in questo interprete, più la sua morte è dolorosa e l’effetto è catartico, esorcizzante. Ma cosa succede se accettiamo come interprete un fiammifero o un chicco di caffè? Loro non fanno finta di morire, loro muoiono veramente.

Dove si colloca la tua presenza attoriale nel momento in cui dai vita e uccidi i tuoi oggetti-attori?
Spesso gli attori di teatro di figura creano le loro storie lavorando da soli, come attori-autori che creano a partire da un soggetto auto-elaborato. Per me è diverso: ogni spettacolo è una creazione collettiva. All’inizio si lavora separando i vari elementi dell’opera – i movimenti, le scene – e distinguendo i punti di visione: penso a dove, di volta in volta, voglio guidare lo sguardo dello spettatore. Ma in scena, per poter fare questo, io sono contemporaneamente il punto da guardare e il punto da cui si guarda, sono sempre attore e spettatore, porto entrambi entrambi gli sguardi con me: come attore sto nel tentativo di diminuirmi, di morire un po’, per far vivere quell’oggetto o significato che sto agendo, ma in quanto spettatore vivo le emozioni, posso sentire e subire quello che mi succede intorno. Il tentativo è di eliminare quell’analisi, la separazione iniziale nei vari elementi dell’opera, per identificarsi in ogni momento con tutto il percorso drammaturgico.

Ma ci sono anche dei passaggi, delle trasformazioni: questi “esorcismi” di volta in volta aprono a nuovi livelli di finzione e rappresentazione. Il ruolo stesso dell’attore, della presenza viva sulla scena si modifica, cambia dai “Suicidi” alla “Poesia sul tempo”, si sposta da anima degli oggetti a corpo autonomo, soggetto indipendente. 
Tra i “piccoli suicidi” e la “poesia” è possibile applicare delle separazioni, oltretutto la terza parte dello spettacolo è più esplicitamente autobiografica e vede al centro un personaggio molto complesso e autoironico. In Francia hanno chiamato questa parte Il tempo che fa le smorfie nello specchio e mi sembra molto azzeccato perché non perde l’ironia e riesce a mettere in un’immagine questo mio controllare e subire il tempo. Per quanto riguarda la realizzazione di una o dell’altra cosa, però, per me è tutto parte di un unico mondo, in nessuna delle tre parti c’è una differenza sostanziale tra me e l’oggetto. Il processo è simile a quello ludico infantile: i bambini giocando abitano la propria bolla, che racchiude un mondo intero, e all’interno di essa assumono tutto su di sé, diventano qualsiasi cosa (dall’animale, all’incidente, contemporaneamente dall’eroe al cattivo più malvagio). In questo lavoro “esorcizzare” significa proprio giocare con i sentimenti, o meglio con quei sentimenti che sono miei ma che presumibilmente sono resi in modo che anche altri vi si possano riconoscere.

In generale, per me è importante sottolineare che quello che succede sulla scena è sempre un’immagine d’insieme. Vedendolo da fuori, è possibile identificarsi con tutto il quadro e leggerne l’iconografia. Io tento di fare in modo che il punto d’attenzione rimanga sempre a servizio del filo drammaturgico: posso anche giocare come un prestigiatore con i diversi livelli di realtà presenti nello spettacolo, svolgendo la narrazione a volte per immagini, a volte per emozioni, altre volte con un intervento attoriale, ma tento di non perdere mai il contatto col discorso. Questo è già nella costruzione iniziale, il lavoro drammaturgico a monte deve difenderti, ma va riaffrontato ogni volta dall’inizio.

Durante Piccoli Suicidi sembra molto in ascolto del pubblico, delle sue reazioni immediate. Questo ascolto è anche uno stimolo creativo?
La fase di creazione e il confronto con il pubblico sono due mondi differenti. In realtà, anche durante le improvvisazioni c’è un occhio esterno che funge da specchio, che uò registrare il lavoro e le reazioni che scatena. Quando interpreto una parte scritta da altri sono il regista o il drammaturgo di turno a seguire le prime repliche e a consigliarmi. Anche quando sono io insieme regista, drammaturgo e performer, c’è pur sempre qualcuno a seguirmi e a darmi consigli. Però sul palco torno ad essere solo col pubblico e quel rapporto che si instaura tra me e loro è una cosa molto importante e delicata da avere costantemente presente: ogni reazione si amplifica, basta un rumore, una cosa che si inceppa o che non funziona, un calo d’attenzione e tutto può essere messo a rischio.
Tuttavia ho portato in scena Piccoli suicidi almeno 400 volte e nel corso di ogni replica ho notato delle cose che mi hanno portato a fare dei piccoli cambiamenti, così come succede anche negli altri spettacoli a cui lavoro. Sono contento quando cambio anche dei dettagli minimi che difficilmente qualcuno noterà, ma che sono in grado di sviluppare nuove scintille. Per esempio, durante le repliche di Santarcangelo mi è accaduta una cosa nuova: mentre spegnevo la sigaretta, per la prima volta, il fumo mi è arrivato negli occhi facendomi piangere, ed è accaduto nel momento giusto, più drammatico. L’oggetto mi ha causato una reazione fisica, involontaria, meccanica, ma anche la più drammaturgicamente appropriata.

Lei si è paragonato prima a un prestigiatore e la gestualità che mette in campo ricorda quella di un illusionista: c’è qualche influenza dal teatro di strada?
Ho fatto poco teatro di strada, anche se non occorre farlo per esserne ammaliati e per assorbirlo; negli anni ’80 anche a Santarcangelo era di gran moda, e venivano qui grosse compagnie catalane e francesi.
Il prestigiatore è colui che può far accadere tutto, che può passare da un personaggio all’altro, che può trasformare una situazione nel suo opposto. Quello che mi interessa è proprio questa capacità di nascondere all’interno di un gesto, di un significato, l’altro significato, il suo opposto: c’è ma non si vede.  Mi affascina pensare di poter tenere insieme un’emozione nell’altra e riuscire a portare, col proprio mestiere, il pubblico dall’una all’altra. Nello stesso elemento, infatti, può essere nascosto anche il suo contrario e la stessa gestualità è ambivalente. Io faccio del mio meglio per rendere i passaggi più astuti e nello stesso tempo più soavi possibili: passo da un sentimento all’altro, ma lo spettatore sta seguendo un’emozione e solo a un certo punto si accorge che non siamo più lì, che ne stiamo vivendo un’altra, la contraria che era contenuta in essa.

Ines Baraldi

(in collaborazione con Matteo Vallorani e Alex Giuzio)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...