Testimoni di trasformazioni: le She She Pop e le due Germanie

27 Lug

Recensione dello spettacolo Schubladen del collettivo tedesco She She Pop

She She Pop – Shubladen (foto Ilaria Scarpa)

“Chi eravamo? Chi siamo? Perché siamo diventate quello che siamo?”. Queste le domande che si pongono le sei donne protagoniste di Schubladen, lavoro del collettivo di ricerca teatrale di base a Berlino She She Pop. Schubladen sono i piccoli cassetti posti al margine della scena, tra palco e pubblico, che contengono oggetti: libri, diari, fotografie, vinili, musicassette, vodka; pezzi di ricordi, utili a tre coppie di donne provenienti dalla ex DDR e dalla Germania Ovest a ricostruire una memoria degli anni del Muro individuale e collettiva, intima e globale. L’identità personale si intreccia con quella di un’intera nazione; il racconto dell’essere donne allora, quando c’era il muro chiarisce il senso dell’essere donne oggi che il muro non c’è.

She She Pop ricostruisce diversi decenni della storia tedesca da un punto di vista quasi esclusivamente femminile e femminista (nel senso piu’ aperto e al contempo rigoroso che il termine possa avere). Il confronto avviene in forma dialogica, prima a due, poi insieme, poche volte attraverso la voce del singolo, come a creare un sistema che confonde le parti e le verità. Le luci delle scrivanie, alla quali sono sedute le coppie, si illuminano di volta in volta sul racconto di episodi privati, spesso personali e intimi, di emancipazione sessuale e coinvolgimento politico, puntellati, quasi a definire una romantica geografia pop, da canzoni (da Udo & Jenny Jurgens ai Lift, da John Lennon a Laurie Anderson) e serie televisive (La clinica della foresta nera). E il pop e le canzoni non sminuiscono il valore di un lavoro che e’ in fondo una riflessione alta e rigorosa sulle proprie vite e sul passato di una nazione; al contrario le canzoni donano una particolare forza formale e emozionale a Schubladen: le canzoni, come nelle vite di tutti noi altri, tanto quando semplici e apparentemente superficiali, tanto quando profonde e cariche di senso, sono il luogo della concentrazione emozionale e della fissazione del ricordo. Canzoni – tanto le sconosciute quanto le hit piu’ famose – che ritmano l’andamento dei dialoghi e ci consentono con un salto nel vuoto di entrare in storie che si fanno piu’ vicine pur con tutte la distanza che ci separa da una storia diversa e radicale come quella delle due Germanie.

La scrittura – che per She She Pop e’ un processo collettivo di archiviazione, ricerca, studio, dialogo interno e confronto con il pubblico – non e’ mai banale, anche quando tocca parole come capitalismo, utopia, comunismo, nazione, amore, amicizia. La formula della domanda/risposta (domanda: “definisci Capitalismo”), con cui le coppie si trovano spesso a fare i conti, come in uno strano gioco su massimi sistemi – nato nelle prove per aiutare il collettivo a creare un orizzonte di pensiero discusso e comune, e poi penetrato nel testo – nella sua semplicita’ e lapidarieta’ aiuta a comprendere quanto non esistano risposte definitive, giuste o sbagliate del tutto, imponibili a tutti; quanto la dimensione privata, spesso dimenticata nell’analisi dei grandi fenomeni, delinei linee possibili di interpretazioni non trascurabili rispetto a quelle individuate dalle storie ufficiali.

Non sono i massimi sistemi a illuminare-oscurare-dare senso di volta in volta alla storia di un paese diviso e attraversato dai ricordi di diverse generazioni di donne, giovani e meno giovani; sono piuttosto le loro piccole storie, i ricordi mai compiaciuti, i sogni, le cadute e i sentimenti a dare un senso meno netto ma piu’ nitido e intellegibile a un’epoca che pesa come un macigno. E in un momento storico in cui l’arte e’ completamente rivolta all’osservazione del presente, a sviluppare estetiche della crisi, a indagare un “reale” che spesso porta la stessa riflessione artistica a scivolare nel reality, Schubladen rivolge lo sguardo indietro, senza nostalgie o autoreferenzialità, senza provare a dare alla storia un’unica direzione. Perché rispondere alla domanda “chi eravamo?” significa comprendere meglio “quello che siamo diventati”.

Schubladen ci restituisce con un sorprendente rigore due decenni di storia che spesso si fa fatica ad affrontare e a raccontare: gli anni Ottanta ei Novanta. Quegli anni Ottanta in cui nella società socialista spuntavano controculture contraddittorie e si diffondevano stili di vita in contrasto con la morale ufficiale, alla ricerca di un’ignota terza via tra capitalismo e comunismo. Non è un caso che in quegli anni le chiese della Turingia e della Sassonia erano affollate da gruppi di pacifisti irregolari: pastori e fedeli si mescolavano a ragazzi dai capelli lunghi dando vita a happening contro la guerra durante i quali ai sermoni seguivano concerti rock e infiammati reading di poesia. She She Pop tracciano il ricordo di un paese socialista, la DDR, sviluppato ma in crisi, che vive prima della caduta del Muro la stanca disillusione e il congedo pratico dall’utopia, da un’architettura dell’immaginario senza fondamenta; un paese che vede naufragare il progetto di realizzare una società dei consumi realsocialista, di garantire alti standard di vita alla popolazione, di sviluppare una cultura critica e partecipe al socialismo. Schubladen non ha bisogno di farci la lezione di storia: la storia, parziale, la ricompongono le donne coi loro ricordi e sentimenti, specchi di generazioni nate e cresciute nel socialismo ma incapaci di negoziare a pieno spazi e autonomia. E poi gli anni Novanta, il gigante buono della Germania dell’Ovest che accoglie i fratelli dell’Est, convinto della sua supremazia culturale, della sua modernità, della sua accettazione critica dei valori della società capitalista, della sua emancipazione in tema di omosessualità, ecologia, pacifismo: privilegi che si stemperano nella scoperta dell’altro, della rischiosità di una rappresentazione omologante dell’altro, delle verità inimmaginabili, del debito da colmare per fondare un popolo nuovo.

Lo spettacolo delle She She Pop restituisce con mirabile intensità l’eco delle trasformazioni in atto in quegli anni: sociali, di due popoli vicini e in cammino, e individuali, di donne divise tra amori e utopie, scoperte e quotidiana burocrazia. Restituisce soprattutto un’atmosfera: complessa, carica di suoni, fatta di percorsi di soggettivazione e socializzazione, che non sono ancora giunti a termine: la finale sovrapposizione delle sei voci in scena, le une sulle sulle altre è metafora di identità personali e comunitarie che si stanno ancora costruendo, che continuano a domandarsi “chi eravamo, chi siamo, perché siamo diventate quello che siamo?”.

Simone Caputo

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  1. She She Pop, nascita di un collettivo « santarcangelofestival - 1 agosto 2012

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