Hamelin e Voltolina: parole e oggetti a uso dei bambini

26 Lug

Dal laboratorio “Gli sbarriti” di Hamelin (foto Ilaria Scarpa)

Convocando un esercito di animaletti a delimitare un cerchio che chiudesse il proprio monologo, Matjia Ferlin ha impostato la seconda tappa del ciclo Sad Sam con uno spettacolo pienamente affermativo, a dire “adesso sono qui”. Il carattere intimamente personale e autoriflessivo di questo segno appare in tutta la sua chiarezza fin da principio, dove all’appello dei soggetti inanimati segue una risposta solamente nella metafora e nel ricordo.

Se la parola è dunque il primo limite e al contempo la prima chiave d’accesso al palcoscenico ripartito e separato di Matjia Ferlin nel suo Sad Sam/Almost 6, essa è anche il primo strumento per due progetti per bambini pensati da Hamelin e Silvano Voltolina per Santarcangelo•12. Pur trattandosi di due cerchi narrativi di diversa natura, il gioco fra l’etimologia delle parole, origine e funzionalità delle cose, non è che il punto di partenza per la costruzione di una storia smarrita, in Gli sbarriti (laboratorio in quattro incontri curato da Hamelin) e per la variante di un racconto preesistente in Arte per nulla (laboratorio ideato e condotto da Silvano Voltolina).
La storia perduta e celata dietro le 31 scatole, primo dei quattro incontri de Gli sbarriti, è una storia fortemente radicata nella quotidianità: fatta di cellulari fuori uso, piccole radio, viti e bulloni, coperchi e messaggi segreti sospirati in bottiglie vuote, ma anche di immagini e suoni familiari a cui riaccostarsi seguendo il ritmo dell’evocazione e quello dell’inedita scoperta. Partendo dalla relazione con una montagna di cose apparentemente inservibili, perché rotte e fuori contesto, passando attraverso la ricostruzione soprattutto figurativa della funzionalità dell’oggetto, la fantasia conferisce un ulteriore senso a questi resti. Lo stupore con cui poi i bambini testano il suono e il ritmo di un orchestra di oggetti apparentemente senza importanza è tutto sommato lo stesso con cui Silvano Voltolina si riaccosta ad Arte per nulla di Federico Moroni. Il testo del maestro e pittore della piccola Scuola di Bornaccino, torna a essere protagonista per un incontro coi bambini, o meglio per la costruzione di un teatro naturale per una classe senza maestro.

I percorsi vettoriali dei due progetti per l’infanzia, pur di segno opposto, hanno dunque come snodo fondamentale la medesima radice, non didattica ma maieutica: l’esplorazione del linguaggio e di un discorso unico per tutti e al contempo personalissimo. Gli oggetti, reali interlocutori per entrambi i gruppi di bambini, pur conservando quella dimensione intuitiva di cui Ferlin si serve per esplicitare la propria interiorità, nei due laboratori diventano elementi primari di scambio e di confronto linguistico fra i piccoli partecipanti e, talvolta, con l’esterno. Nel laboratorio di Hamelin l’ordine e la catalogazione di oggetti senza più valore tende alla strutturazione di una gerarchia passibile di ulteriori cambiamenti e ribaltamenti: una sorta di rielaborazione anarchia del valore delle cose attuata nel parco cittadino. Tutt’altra la direzione è quella di Arte per nulla: la creazione spettacolare che passa anche attraverso l’utilizzo delle sculture in movimento di Francesco Bocchini, opere dall’andatura fratturata e rumorosa che nella messa in scena finale appaiono come giocattoli elettrici, in parte utilizzabili dai bambini per i loro disegni e in parte lasciati a se stessi e al proprio incedere.

Per Gli sbarriti la decifrazione delle cose e delle parole a loro sottese attraversa la memoria, ma va anche in direzione di una graduale e condivisa scoperta di nuove sonorità – percorso più intimo e riflessivo sugli oggetti che i bambini hanno avuto modo d’intraprendere, non a caso, dentro i cunicoli echeggianti della grotta municipale. Anche il gruppo di lavoro costituito da Voltolina/Francesco Bocchini/Istituto Benjamenta, sull’arte viva del bambino, condividono il medesimo obiettivo: il ritrovamento di una forma continuamente conformata sulla giovane compagnia. Una creazione che ha ancora a che fare con la memoria: non esercizio mnemonico fine a se stesso, ma memoria da osservare, mettere assieme, lasciar sedimentare e quindi rimettere in movimento attraverso il disegno. La lettura del testo di Moroni coincide con l’applicazione di questa memoria, passa per oggetti e parole da ritrovare ed eventualmente da abbandonare poi. All’interno di una classe autogestita tacite regole intessono una forma teatrale che chiama un pubblico: ognuno ha il tempo di scrivere e disegnare animali, alberi, frutti, fiori e anche persone, lavorando per sottrazione, a con l’intento di far restare qualche disegno oltre le cancellature, tanto colore contro il nero istintivo oblio. Disegni e colori che assieme alle poche parole sapranno rimanere allo spettatore.

Ines Baraldi

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