Spelling del gesto, ricomposizione del senso

25 Lug

Recensione di Kinkaleri – Fake For Gun No You

Kinkaleri “Fake For Gun No You” (foto di Ilaria Scarpa)

Due corpi e una poesia. Una donna, un uomo e una poesia di William Borroughs come partitura gestuale. Sono questi i tre elementi di Fake for gun no you dei Kinkaleri, nuovo tassello del progetto All!. Una delle chiavi di lettura di Santarcangelo12 è il discorso sulla verità, giacché alcuni spettacoli si interrogano sulla dialettica tra verità e menzogna, la distanza tra recita e rappresentazione, l’utilizzo del documento e la riflessione sulla sua contraffazione (quando si tratta di ricostruzione di memoria e di Storia). Il tentativo di Kinkaleri è sembrato uno dei più credibili e riusciti proprio perché si mette in gioco sul tema del falso e fa i conti con il fallimento.

In Fake for gun no you i corpi di Jacopo Jenna e Simona Rossi eseguono per due volte una poesia di Borroughs per la Festa del Ringraziamento, una poesia/invettiva contro l’America sul tradimento del “sogno americano”, attraverso uno spelling di gesti – a ogni movimento corrisponde una lettera dell’alfabeto – in uno spazio ampio riempito dell’amplificazione degli elementi naturali che arrivano dall’esterno. Il suono delle foglie mosse dal vento e il verso delle cicale d’estate compongono un sottofondo che contribuisce a creare una dimensione istintiva e armoniosa con i movimenti e i gesti dei due interpreti, intenti a scrivere un nuovo alfabeto. I suoni non hanno la stessa durata – le vocali sono allungate, mentre le consonanti ricordano dei versi animali – e di volta in volta suggeriscono una riflessione tra un suono e l’altro, una concentrazione quasi microscopica dalla struttura delle parole che compongono i versi, fino alle lettere di ogni vocabolo, arrivando al loro assoluto elemento significante. È come se lo spettatore fosse invitato a concedersi uno spazio di riflessione totale tra una lettera e un’altra, tra un suono e quello seguente.

Per paradosso la struttura della performance è la parte meno interessante dello spettacolo e non tanto per la bravura ipnotica, animalesca e giocosa dei due interpreti, due corpi che quasi si completano e si oppongono, quanto per la decostruzione della poesia che appare una riflessione sul linguaggio poco originale. Lo smontaggio radicale del testo non appare come una soluzione efficace, anche se è burroughsionamente più coerente con la spinta dell’avanguardia beat verso la distruzione del linguaggio. In un certo senso è come se il tentativo di Kinkaleri fosse ridondante: scomporre un testo già scomposto, trovare il ritmo, il beat, in un verso che è già ritmo.

Semmai l’aspetto rivelante di Fake for gun no you è rappresentato da una svolta quando, a metà della rappresentazione, i due ballerini impugnano due massicce pistole nere e sparano diversi colpi a salve continuando a interpretare la poesia col corpo. Da questo momento in poi, la presenza ingombrante delle pistole, ormai scariche, cambia di segno il senso della danza, mettendo in discussione l’assunto della poesia e imponendo un tentativo di narrazione. In effetti sul fondo della sala si apre una porta su quella realtà che è amplificata all’interno, dove l’attore maschile si addentra per nascondere una delle armi muovendo l’erba e spostando rifiuti: quel quadro iperrealista che apre la scena appare allora contraffatto, si sente l’abbaiare dei cani (i lupi e i coyotes della poesia?) che si avvicinano, e in generale i suoni della scena, fino allora realistici, sembrano campionati e registrati. Il sospetto del falso si impossessa dunque dello spettatore: se il reale là fuori è contraffatto allora lo è anche il territorio interno.

“Fallire meglio” deve essere un imperativo di chi intraprende una seria e credibile ricerca artistica come nel caso dei Kinkaleri, compagnia della “generazione anni ’90”, che con questo lavoro sull’origine del linguaggio sembra alla ricerca di un nuovo inizio, ripartendo proprio da un tentativo di beatificazione a partire da una lingua in macerie.

Nicola Villa

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