Credere, o della vulnerabilità nella sfera pubblica

25 Lug

Incontro tra Richard Maxwell (sx) e Piersandra Di Matteo (dx) con Michelle Davis (interprete, al centro). Foto Ilaria Scarpa

Nel contesto degli incontri che il festival di Santarcangelo ha ideato attorno ad alcuni spettacoli, presentiamo alcuni momenti della conversazione pubblica – introdotta dal direttore Silvia Bottiroli e coordinato dalla ricercatrice Piersandra Di Matteo – con il regista newyorkese Richard Maxwell, presente per tutta la durata del festival con il video-spettacolo Ads

Piersandra Di Matteo: Di Richard Maxwell, fondatore del New York City Players, si sente spesso dire che è un regista, drammaturgo (ma anche autore di testi e partiture di canzoni e ballate degli spettacoli) dotato d’un talento speciale nel sovresporre e fomentare la relazione teatrale realtà/finzione. Dopo aver partecipato all’edizione 2009, diretta da Chiara Guidi nella quale aveva presentato Ode to the man who keels, torna a Santarcangelo con il progetto speciale Ads, performance presentata nel 2010 a New York al PS122 nel festival Coil. Ads sembra mostrare elementi di apparente discontinuità rispetto ai suoi lavori precedenti, ma ad uno sguardo più attento è possibile rintracciare una comune tensione e il medesimo nucleo di indagine ripercorso da un diverso angolo prospettico. Per focalizzarlo in maniera sintetica, vorrei mettere in primo piano un dato essenziale del suo lavoro che è quello di fomentare i paradigmi del teatro di rappresentazione, (senza operare uno smontaggio definitivo degli elementi canonici) per problematizzare teatralmente la nozione di realtà, dando vita a una complessiva convivenza di elementi iperrealistici, intrusione del reale (ne è un segnale il desiderio di lavorare con non-attori e l’attenzione alla everyday american speech), strategie di performatività minimale ed ellittica, in una scena apparentemente omologata alla funzione realistica, basata sulla macchinazione di un plot drammatico, materie impaginate talvolta come si fa in un “cattivo teatro”. Tutti questi aspetti sono funzionali all’attraversamento dei nuovi conformismi della politically correctness della cultura (americana) nella sua fase post-fordista, e si inscrivono dentro un controllato desiderio di light out delle dinamiche relazionali tra soggetti marchiati dall’ossessione auto-imprenditoriale propria del neoindivisualismo. Per questo nuovo lavoro – ispirato dal noto libro della canadese Naomi Klein No Logo – un gruppo selezionato di abitanti di Santarcangelo è stato sottoposto alla domanda radicale e intima: “In che cosa credi?”. Le risposte sono state fatte risuonare nella sfera pubblica nella sequenza seriale di una moltitudine culturalmente e sociologicamente declinata…

Richard Maxwell: Ads è stato concepito a New York con dei newyorkesi protagonisti. Non c’era l’intenzione di trasportare lo spettacolo in altre città. Originariamente l’idea era che le dichiarazioni – nella forma di una pubblicità – fossero scritte da me. Oggi sono felice di poter dire di non essere l’autore dei testi di questo spettacolo. Mi sono reso conto, lavorandoci, che non era quella la linfa vitale di cui aveva bisogno questo lavoro. La domanda “In cosa credi?” era alla base stessa dell’evoluzione della mia idea di teatro. Nel nucleo di questa domanda c’è il desiderio di indagare la nozione di appartenenza. “Perché sono qui?”, “Perché appartengo a questo posto?”. Vivendo a New York si è bombardati da informazioni. Come ricevente di messaggi ho l’impressione di avere sempre meno importanza. Mi sono reso conto di voler rispondere a questo bombardamento continuo di informazioni con altre informazioni create da me. Per me cosa è veramente importante? Se sono messo spalle al muro sono costretto scegliere, devo capire in cosa credo. L’unica clausola che ho posto quando ho iniziato a ideare questo spettacolo era che le persone fossero sincere. Io faccio teatro – e come ha detto Piersandra – ho la tendenza a lavorare con non-attori, perché mi piace vederli reagire di fronte al pubblico senza esserne abituati. In Ads, come avrete potuto notare, c’è un vetro sul quale vengono proiettate le persone. La domanda che suscita questo dispositivo è: “Le persone ci sono o non ci sono?”. Per esempio, il box di legno è materialmente lì, o è proiettato. Mi piace chiedermi: “cosa è reale?”. Credo di essere stato fortunato nel trovare persone in altri luoghi, oltre ai newyorkesi, che si sono aperti alla domanda: “Voi in cosa credete?”

PDM: Questa dimensione mette in evidenza il significato di stare davanti a qualcuno. Ads mette in primo piano la condizione dell’esposizione frontale nella forma di una dichiarazione assertiva in qualche modo, come si fa per una pubblicità. Da qui l’abbreviativo del titolo. Ciò che questa esposizione mette in primo piano è una relazione ambivalente di fronte a questa immagine di vulnerabilità:, da un lato empatia, da un lato l’esercizio di un giudizio anche impietoso da parte di chi guarda?

RM: Provando a rispondere a questa domanda mi viene in mente un’immagine tratta dal film Star Wars. Un robot proietta un S.O.S. da parte della principessa Leila. Questo per dire che ho bisogno d’aiuto per rispondere in maniera esauriente a questo quesito.

PDM: Come hai lavorato con gli abitanti di Santarcangelo? Quali i meccanismi di reclutamento e selezione? Quali i criteri di montaggio nella composizione dell’ordine delle apparizioni? Cambiano – come in una playlist automatica – a ogni spettacolo?

RM: È evidente che esista un elemento di manipolazione dietro allo spettacolo. Abbiamo chiesto ai collaboratori di mandare una mail con le loro risposte da Santarcangelo. È stato molto bello poi sapere che quelle risposte erano state date dallo stesso luogo fisico dove poi si sarebbe visto lo spettacolo. A un certo punto, ho spento il proiettore con le risposte che era posto davanti alle persone e gli ho chiesto di rispondere in maniera spontanea alla domanda. Alla base di questa azione c’è la ricerca di una maggiore profondità del discorso. C’è qualcosa che può venire fuori ulteriormente con delle luci puntate o su un palcoscenico. L’importante è ricordarsi che, anche se c’è un video, la mia intenzione è fare teatro. Il video respira, non va in loop in una galleria. Ha bisogno di un pubblico che stia seduto a guardare e a recepire. In definitiva, non sono stato io a scegliere. Anna Balducci e Elisa Bartolucci, che erano qui a Santarcangelo, hanno fatto la selezione. Fondamentalmente i criteri di scelta hanno riguardato la varietà di persone, sesso, religione, estrazione sociale.

PDM: In Francia o in Germania le reazioni delle persone a questa domanda sono state diverse oppure individui tratti analoghi?

RM: Sicuramente è difficile valutare, in base a differenti lingue che conosco poco, delle diversità. Sono più attento alle similarità. A New York per esempio in un certo periodo dell’anno si vestono tutti di nero, ed è uno svantaggio raccogliere in video le loro risposte alla mia domanda in quel periodo, perché non si individua con quel colore il volume della persona, la presenza. Mi è piaciuto nel lavoro fatto a Santarcangelo l’esistenza del movimento. Gli italiani gesticolano molto, questa è stata una cosa positiva per il dispositivo video utilizzato, il linguaggio del corpo è spesso più chiaro di quello verbale.

PDM: L’uso del video non è elemento ricorrente né costitutivo dei tuoi lavori. Lo troviamo in The End of Reality o nei progetti espressamente filmici come The Darkness of this Reading. Qui è impiegato esplicitamente per generare un’indecidibilità di fondo che muove una critica alla cultura dell’informazione. Puoi dirci qualcosa su questa dimensione fantasmatica che restituisce un altro grado della presenza corporea…

RM: Mi sono ispirato a una tecnica antica, quella del fantasma di Pepper, utilizzata nel diciannovesimo secolo: una luce proiettata su un attore dietro le quinte veniva riflessa su uno specchio, per rappresentare il fantasma del padre di Amleto. Qui non bisognava insegnare agli attori una sceneggiatura, si trattava di farli semplicemente leggere, ma le persone erano reali e la stanza era reale, diversamente dalla tv che è limitata da una cornice controllante. Questa tecnica è funzionale a una provocazione, che quella di non ignorare lo spettatore, il ricevente del messaggio.

PDM: In una nostra precedente conversazione hai messo l’accento sul concetto di ego connesso a questo lavoro…

RM: C’è ironia sul fatto che nel video ci sono persone di Santarcangelo, mentre oggi ci sono io a parlare. Fino a Ads avevo scritto musica e testi dei miei spettacoli. Il successo o il fallimento dipendeva solo ed esclusivamente da me. Qui non sono io il centro, lo sono i cittadini che accettano di rispondere alla domanda posta, mostrandosi di fronte a un pubblico, sono loro che designano il successo o l’insuccesso del lavoro.

a cura della redazione dell’Osservatorio Critico

con la preziosa collaborazione di Piersandra di Matteo

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