Tragedia moderna al Dancing Trestelle – Tabarin Citadin #1

23 Lug

Per la verità, io non mi fido granché della saggezza popolare. Mi si può forse biasimare? Il secolo appena trascorso ha dimostrato come l’ignoranza delle plebi possa essere causa delle più grandi tragedie della storia; mentre il presente, riscattatosi tramite l’obiettività della scienza tanto nei saperi tecnici quanto in quelli umanistici, è riuscito a condurci lontano da tali pericoli, consegnandoci serenamente alla civiltà. Ciò nonostante, devo fare uno sforzo di sincerità e ammettere che millenni di servitù della gleba hanno costituito una dura palestra per l’intelletto umano, costretto a fare i conti con la materialità e le asperità dell’esistenza. Il prodotto di tale sforzo epocale è, trionfalmente, almeno un proverbio, del cui valore di verità ho avuto conferma alcuni giorni or sono. Esso è il seguente:

occhio non vede, cuore non duole (proverbio largamente noto),

ed è da prendersi nel senso più lato e universale, senza aspettarsi una morale d’amore (che è dire: sono uno scrittore filosofico, io; non scrivo mica romanzetti per fanciulle, io). Ma per spiegare il motivo di questa mia timida apertura verso l’ovvietà degli adagi della nonna, racconterò di ciò che mi è accaduto qualche sera fa al Dancing Trestelle.

Personalmente, non mi ero accorto che il prezzo del biglietto per Tabarin Citadin fosse iniquo. Iniquo in questo caso vuol dire che i ragazzi alla cassa scelgono seduta stante quanto farti pagare; e quando si dà il potere agli esattori delle tasse, si sa, il freddo piatto della vendetta è servito. Ero in fila l’altra sera, ignaro di tutto ciò: delle macchinazioni che il destino mi tendeva, dei pericoli mortali cui andavo incontro. Non feci caso al fatto che, probabilmente, più la fiumana di gente (della quale io ero una piccola goccia sperduta) s’avvicinava alla biglietteria, tanto più doveva necessariamente crescere un sottile brusio di nervosismo, quasi un ronzio sommesso, e che a questo suono di sottofondo doveva sovrapporsi, sempre più forte, quello di una violenta rissa. Io mi guardavo attorno e chiacchieravo con i miei amici come se nulla fosse poiché per me, effettivamente, nulla era: gettavo di tanto in tanto occhiate pigre all’entrata del locale e, non so come non so perché, il mio sguardo non si stupiva al notarvi un animoso sbracciare inconsulto. Quelli che io interpretai come saluti accalorati verso qualche amico distante erano, e ora ne ho quasi la certezza, manifestazioni sonoramente fisiche del disappunto di qualche sventurato.

Trascorsi alcuni minuti mi ritrovai nei pressi della biglietteria, a breve distanza dall’entrata del locale. Dalla porta antipanico spalancata fuoriusciva una musica assordante. Ora, io sono una persona perbene e in quanto tale la musica ritmata non la sopporto. Tuttavia, forse in quel momento essa non era del tutto fuori luogo: dell’animata discussione che mi si parava innanzi non riuscivo a cogliere nemmeno mezza parola e sono abbastanza sicuro di non essermi perso, diciamo così, il più bel fiore della nostra favella. L’unico frammento che giunse alle mie orecchie già prefigurava il dramma: «Signori, sono otto euro a testa».

Nella mia testa non scattò alcuna molla, che pure avrebbe dovuto scattare. Ora, come si sarà capito, il proverbio cui facevo cenno si stava provando in tutta la sua forza di Verità Filosofica Universale.

Dopo un misterioso scambio di battute sovrastato dal fragore dionisiaco della Techno Music, l’anziana coppia entra. È giunto il mio turno e io mi consegno, del tutto incosciente, ai volubili capricci del Fato, incarnatosi per l’occasione in un giovane Bigliettaio sulla trentina. L’evento supremo merita di essere narrato in forma di tragedia in atto unico.

IO (proteso verso il Fato/Bigliettaio e sorridendo stolidamente) Quant’è?
FATO/BIGLIETTAIO (sogghignando diabolicamente) Mmm…
IO (con tutte le buone intenzioni) Allora?
F/B Mmm…
IO (francamente stupito) Ehm…
F/B Sono… (rullo possente di tamburi) Tre euro.

Strano, mi dico. I signori pagano otto e io tre? Avrò capito male. Sborso la tassa ed entro.

Se avessi riflettuto con più attenzione sulla discrepanza che pure avevo notato, già all’ingresso mi sarei sentito parte di un evento straordinario. Imporre un biglietto iniquo: un atto rivoluzionario, la delimitazione di un’isola felice che schiacciava per una sera la mediocrità del mercato culturale. Che cosa si può volere di più? Il politico sottratto alla politica e consegnato all’Arte. Invece mi sono dovuto sorbire soltanto le scialbe provocazioni di Tabarin Citadin: qualche insulto al pubblico, sputi sul palco, satira fuori luogo. Della vera provocazione, del vero sberleffo al pubblico, non mi sono accorto di nulla: purtroppo, l’evento più interessante della serata io non l’ho notato affatto.

Marco Capriotti

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