Lo Sport dei nanou, estetica o fatica?

23 Lug

Recensione di gruppo nanou – Sport

gruppo nanou – Sport (foto Ilaria Scarpa)

È stimolante l’idea del gruppo nanou che ha ispirato Sport, l’ultimo loro lavoro presentato al festival santarcangiolese. Diverse sono le domande che la compagnia si pone: “Cosa succederebbe allo spettatore comodamente seduto sul divano di casa se la tv gli negasse una competizione sportiva? E se invece l’occhio del media si focalizzasse sulla preparazione all’atto sportivo anziché sull’atto stesso? Cosa c’è di così poco spettacolare nel passo indietro del saltatore prima di spingersi a tutta velocità verso l’asticella, per scavalcarla?”.

Sport è il tentativo di trasposizione di un gesto ginnico in uno spazio diverso: il teatro non è un semplice contenitore, ma il buco di una serratura che si frappone tra la scena e il pubblico per aprire un orizzonte nuovo di comprensione. Lo spettatore, come un voyeur, è invitato a spiare l’intimità dell’atleta. La perfomance sportiva, se guardata da altre angolazioni, non è più intrattenimento formale ed estetico, ma una condivisione di ansia, stress, fatica e debolezza che avvicina l’atleta all’essere umano. Non più di fronte a eroi da fumetto, con tutto il loro bagaglio di superpoteri, siamo al cospetto di ragazzi che si preparano a una competizione interiore, che sfidano se stessi per poter saltare un centimetro più in alto. In questa nuova posizione, nella cornice del teatro lo spettatore può cogliere tutto questo? La risposta non poteva che venire dallo spettacolo, dalla sua costruzione. La forma che ritorna sul palcoscenico a più riprese è quella di un quadrato che rappresenta equilibrio, stabilità. Il regista Marco Valerio Amico gioca con le distanze e con le luci: dispone in fondo alla scena lo strumento che la performer Rhuena Bracci, ex ginnasta professionista, utilizzerà per il suo esercizio, lasciandolo nella penombra lontano dall’occhio morboso del pubblico. L’oggetto è un parallelepipedo simile a un’impalcatura, lo scheletro di un contenitore. Sport si apre con l’ingresso in scena della Bracci; indossa una felpa , che sfila con cura. Si slaccia le scarpe e se le toglie, rimanendo a piedi nudi. Accanto a lei c’è della polvere con la quale si imbratta le mani seguendo meticolosamente il cosiddetto“rituale della magnesia”, che serve per diminuire l’attrito nel momento della presa. Tutte le sue azioni sono precise e avvengono a una decina di metri dal crepuscolo dell’impalcatura. Le luci seguono costantemente la protagonista creando un vuoto suggestivo attorno a lei. Sono gli attimi di preparazione all’esercizio, la Bracci si sposta con rapidi saltelli sulla sua sinistra e si distende sul pavimento alla ricerca della concentrazione necessaria al successivo sforzo. È in questo momento che in sala vengono riprodotte le voci, gli incitamenti, i suoni che il tifo trasmette agli atleti. Un fascio di luce investe la fronte della performer, che dopo pochi istanti si alza, pronta ad affrontare se stessa. Si avvicina al parallelepipedo e inizia l’esercizio. Ma la penombra rimane, la distanza pure, e lo spettatore coglie con fatica le coreografie che la Bracci disegna arrampicandosi e attraversando il suo strumento. Il suo corpo emette rumori non distinguibili, esegue senza sospiri la sua prova, non si avverte la tensione dei suoi muscoli. Rimessi i piedi a terra si riavvicina allo spettatore, torna in prima linea e si rimette le scarpe. Le allaccia con violenza, evidenziando residui di energia accumulati prima dell’esibizione che hanno bisogno di essere scaricati. Ed è ancora in fondo, questa volta entro un cerchio di luce ben visibile che la ginnasta inizia la sua danza liberatoria. Non esce mai dal perimetro e saltella con rapidità e grande potenza. Indietreggia, poi avanza improvvisamente dando sempre le spalle al pubblico, evidenziando l’intimità del momento. La parte conclusiva dello spettacolo è il ritorno all’equilibrio scandito da passi leggeri verso la platea. La tensione pian piano svanisce, e il gesto di chiudere la zip della felpa, precedentemente reindossata, scrive la parola fine allo spettacolo.

La costruzione visiva dell’idea iniziale del regista, ovvero la puntualizzazione sulla fase precedente la performance sportiva, non sembra completare del tutto il cambio di punto di vista rispetto al gesto sportivo. È evidente la suddivisione della scena, che fa coincidere in maniera netta ogni quadro visivo con i momenti dello spettacolo. Il grado di attenzione però varia poco da uno spazio all’altro, nonostante si giochi con le luci e con le distanze: non si riesce a distinguere quale spazio sia più importante degli altri, e perché necessiti di una focalizzazione diversa. La sinteticità del lavoro non restituisce né ampiezza né verticalità alle azioni che la Bracci compie prima e dopo l’esibizione. L’idea originale perde forza e non riesce a fornire chiavi di lettura sufficienti a distinguere il sudore, l’impegno che costa la pratica sportiva dalla spettacolarizzazione del momento, puramente estetico dell’esibizione, divenendo la fonte primaria di attrazione per lo sguardo affamato dello spettatore. Questo scarto purtroppo si perde nelle geometrie del lavoro del gruppo nanou, che insiste appunto sul livello estetico, e la cornice teatrale si apparenta pericolosamente a un contenitore vuoto, simile a quello della televisione di oggi.

Davide Di Lascio

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