Immaginazione-corpo-cuore: viaggio nel laboratorio del Théâtre du Soleil

22 Lug

Laboratorio “L’immaginazione, il corpo, il cuore” di Théâtre du Soleil (foto Ilaria Scarpa)

Saliamo in macchina verso le quattro e partiamo. Abbiamo solo una vaga idea di dove sia precisamente questo ex Buzzi-Unicem, anche chi c’è stato lo scorso anno non lo ricorda granché. Per fortuna ci sono le indicazioni azzurrine, quelle messe lì dal Festival: un po’ piccole per la verità, ma aiutano; o meglio, aiutano finché non diventano inutili. In lontananza, sopra i palazzi, spunta una ciminiera alta alta, di cui pian piano si scopre il ventre enorme di metallo, pieno di tubi. Qualche manciata di secondi ancora e la vista si libera: ora non si può più sbagliare, l’ex Buzzi-Unicem è quell’ecomostro laggiù.

Parcheggiamo ed entriamo per un cancello pesante che stride e sferraglia. Dentro, un edificio ormai ridotto a quattr’ossa: il laboratorio organizzato dal Théâtre du Soleil s’è alloggiato qui, nel vuoto di una costruzione da archeologia industriale. È il 19 luglio e da cinque giorni i venticinque partecipanti, diretti da Olivia Corsini e Serge Nicolaï, riempiono gli ampi spazi di cemento grezzo coi propri corpi, ridanno la vita a un luogo morto con le proprie emozioni.

Corpo e emozioni: temi coerenti con l’impostazione che il Théâtre du Soleil ha assunto fin dalla sua fondazione, quasi cinquant’anni fa. Il collettivo francese ha sempre prediletto un teatro esplicitamente politico, possibilmente a soggetto storico, proprio a partire dal corpo, dalla sua rappresentazione e dalla sua narrazione. Les Ephémères, il loro penultimo lavoro (2006, del quale è stata pubblicata una versione in DVD nel 2009), presenta una serie di episodi che raccontano il dolore di tanti individui della Francia contemporanea. L’emotività non è il pretesto per un teatro di tipo psicologico, che il Soleil da sempre rifiuta esplicitamente, ma è materia per raccontare del sociale, di come i moti interiori si manifestano all’esterno di noi dando vita allo spazio delle relazioni, dell’incontro. Perciò in occasione del laboratorio tenuto a Santarcangelo•12, Nicolaï e Corsini hanno tentato di ricreare un’atmosfera intima, privata, familiare, istituendo innanzitutto una serie di gesti rituali da ripetere a ogni preparazione della scena (chiusura di porte aperte, sistemazione ordinata di oggetti, pulizia dello spazio, eccetera); a partire da questo clima, rilassato e personale, hanno poi proseguito tentando di suscitare sentimenti tramite la musica. Il lavoro da compiere consisteva, a questo punto, in due tipologie: uno, di coppia, in cui uno dei partecipanti doveva guidarne un altro come il burattinaio con la marionetta, mirava a far sì che a una costrizione del movimento corrispondesse un tentativo di raccontare l’emozione nata dall’ascolto; un altro, nel quale si richiedeva di organizzare improvvisazioni gestuali di gruppo, mirava invece a istituire una collaborazione fondata sui sentimenti comuni scaturiti dalla musica. Proseguendo il discorso iniziato con Les Ephémères, per il Théâtre du Soleil entrare in relazione sulla base di emozioni comuni è fare società: non a caso, allora, la musica suggerita era quasi sempre di tono epico o tragico, tratta principalmente da famosi brani d’opera, e la richiesta era di mettere in scena una gestualità quanto più semplice, pulita, ampia e riconoscibile, quasi archetipica. Solo ora, dopo aver originato un contesto di relazioni in cui le identità possono esistere, è possibile per l’attore entrare in un personaggio, narrarne la tragedia e il dolore con autenticità, senza nascondersi dietro ai gesti preconfezionati e alle frasi fatte. Un laboratorio, dunque, incentrato non sul come recitare, ma sul perché; e dare a sé stessi un motivo, una giustificazione a essere, è forse la cosa più difficile del mondo. «Domandatevi: “chi sono?”, […] “cosa ci vuoi raccontare con questo?”», chiedono Nicolaï e la Corsini durante un esercizio. E concludono: «È difficile ma fa parte del nostro mestiere andare a cercare le idee, di andare dove l’uomo della strada non può andare, perché sennò ci trattano da pazzi. Abbiamo il diritto di uccidere nostro figlio, nostro padre, di mangiare il cuore di nostra madre, però è difficile darsi i mezzi. Non essere un piccolo, semplice essere umano, ma fare, non so, la regina demoniaca… Straordinario, no?»

Marco Capriotti

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