Lo spettro della verità

21 Lug

Quotidiana.com – Grattati e vinci (foto Ilaria Scarpa)

Sulla scena una coppia sposata di mezza età dialoga col tono delle convivenze lunghe e stanche, intrise di ordinarietà e abitudini. I due attori si muovono come automi, si scambiano baci privi di tenerezza e passione, e i loro scambi di parole saltano presto dalle chiacchiere quotidiane alla consapevolezza della loro condizione di esseri umani: patetici, sottomessi al sistema che li orienta verso un destino scialbo, incapaci di dare consistenza ai loro propositi di rivoluzione. Grattati e vinci di Quotidiana.com non mette a nudo la verità: tenta di rappresentarla così com’è, suscitando un senso di amarezza nello spettatore che si ritrova nella condizione inscenata dai due attori, i quali accentuano il senso di vuoto con la loro recitazione costruita. Per scappare dall’amarezza della vita, la coppia impugna le pistole e propone prima di suicidarsi, poi di sparare contro il potere. Ma le armi rimangono inutilizzate tra le mura domestiche, il tentativo di rivolta fallisce e allora i due attori cercano disperatamente un esito che sfocia nello squallore: Roberto Scappin mostra il suo membro al pubblico perché non ha altre risposte da dare, altre soluzioni da proporre per rimediare alla vaga incertezza dell’esistenza. Tanto vale, allora, invitare altre due persone comuni che proseguano l’opera: lo spettatore viene chiamato sul palco e gli viene chiesto di concludere lo spettacolo.

Il nome Quotidiana.com non è casuale: rappresenta l’ordinarietà 2.0, la vita sintetica, il mare calmo dell’esistenza in cui navighiamo. Qualsiasi spettatore può completare la Trilogia dell’inesistente di cui Grattati e vinci costituisce l’ultima parte, dopo Tragedia tutta esteriore (2008) e Sembra ma non soffro (2010). «È la fine del teatro», dice Paola Vannoni dopo che il compagno si abbassa le mutande per compensare la mancanza di un finale alla storia. Ma la constatazione diventa inquietantemente vera dal momento che chi sale sul palcoscenico è in grado di riprodurre il meccanismo attuato dai Quotidiana.com: il pubblico si appropria della voce piatta, della gestualità automatica e delle tematiche metateatrali dei due coniugi, e riesce a intrattenere altrettanto efficacemente il resto degli spettatori per più di dieci minuti. La riuscita è così efficace che rimane il dubbio di un eventuale accordo a tavolino.

Come per Bernard Shaw, la verità dei Quotidiana.com è comica nella sua atrocità. Ma lo spettatore di questo salotto borghese è impaurito dagli schemi che Scappin e Vannoni prendono dal sociale e portano a teatro: anche nella finzione valgono le stesse imposizioni, la gabbia è la medesima e non c’è una lima per tagliare le sbarre, ma solo una serie di gesti per attirare l’attenzione e conquistarsi i propri quindici minuti di celebrità: se ci hanno tolto il coraggio per liberarci con il suicidio, cadiamo nel grottesco mostrando il pisello.

Quella dei Quotidiana.com, però, non è una verità senza filtri: i due attori recitano senza naturalità, assumendo precise movenze robotiche, coreografie accurate che diventano colpevoli di accentuare il giudizio di valore sulla malinconica ordinarietà della vita. Una lente, seppure non spessa, è presente nell’opera: d’altronde, affrontare una tematica così abusata come il rapporto tra marito e moglie per analizzare spietatamente la realtà richiede alla drammaturgia uno sforzo in più per non sembrare banale. I Quotidiana.com, nel compiere questo sforzo che è il coinvolgimento diretto dello spettatore, non determinano solo la fine del teatro, ma di qualcosa di più ampio che riguarda l’intreccio tra attore e spettatore, tra autore e fruitore. Chi sta in platea è in grado di passare dalla parte del palco e rimanere sulla scena: non si tratta più di coinvolgimento dello spettatore, ma di completo abbattimento delle barriere. Lo scarto è notevole: dalla realtà scenica dei Quotidiana si passa alla “realtà reale” che irrompe sulla scena.

L’assenza di filtri nella rappresentazione della realtà è quasi un’utopia, e lo si nota in altri due lavori che propongono un ragionamento analogo: Ads di Richard Maxwell e As It Is di Damir Todorović, che scelgono di far pesare ancora meno la mano dell’autore, cercando di mostrare la realtà così com’è. Un principio che però, se parte da presupposti sbagliati, può sfociare facilmente nella farsa. È il caso di Todorović, che inaugura il suo As It Is affermando di non ricordare quanta verità abbia rispettato nel redigere le sue memorie di soldato ai tempi della guerra in ex Jugoslavia. Il suo metodo di indagine lascia un po’ perplessi: Todorović pretende di farsi intervistare da Valentina Carnelutti mentre è analizzato dalla macchina della verità. Ne emerge un falso iperrealismo causato da una recitazione artificiale che vuole essere veritiera, con la Carnelutti che evidenzia solo le contraddizioni previste dal copione, ignorando le altre curve che la macchina, nella sua imprevedibilità, compie alle risposte di Todorović. Lo spettatore si sente preso in giro dall’utilizzo di un meccanismo alquanto incerto per indagare sulla realtà, dalla recitazione artificiale con la pretesa della veridicità e dalla costruzione scenica, che ruota attorno a due episodi molto gravi — un bisogno fisiologico liberato sopra un mucchio di cadaveri e il presunto stupro di una donna — che Todorović non ricorderebbe di avere fatto, e che si confondono nel marasma tra realtà e finzione. L’esito è poco convincente: la lente dell’artista sulla verità in questo caso è un artefatto; la pretesa di realismo cozza contro una messa in scena del tutto finzionale seppure presentata come vera. La verità indagata e inscenata da Todorović è autobiografica, ma falsa nel tentativo di essere autentica. Todorović non tiene conto di ciò che ha lucidamente identificato David Shields in Fame di realtà: «Quello che viene archiviato nel ricordo [autobiografico] non è il fatto vero e proprio, ma quello che per noi hanno voluto dire quegli eventi e come si sono inseriti nella nostra esperienza». Todorović invece non mette il dito sul significato, ma si appoggia confusamente su un’indagine del rapporto tra realtà e finzione, utilizzando però una lente falsa che impedisce l’efficacia della sua ricerca.

Più onesto, quantomeno nel tentativo di esserlo, è Richard Maxwell con Ads: anche in questo caso si cerca la verità intesa come realtà ordinaria. Maxwell ha chiesto a trenta santarcangiolesi di rispondere alla domanda «In che cosa credi?», col limite temporale di quattro minuti. L’autore non manipola il materiale grezzo, ma lo proietta così com’è, senza operazioni di montaggio né di selezione (se non quella casuale: una proiezione prevede circa quindici discorsi per esigenze di tempo). L’artificio tecnico dell’ologramma evoca il fantasma di chi parla, ma il contenuto del discorso è autentico e, sommato a tutti gli altri, va a costruire uno specchio del conformismo della società italiana: tra il cattolico, il vegetariano, lo scientista e il razionalista — non trascurando altre etnie come quella cinese o scozzese — la sfilata di persone comuni genera un effetto straniante nello spettatore: è davvero questo lo specchio della nostra società? Sono così deboli e banali le nostre opinioni? Siamo così influenzati dalle ideologie dominanti?

Ma anche Maxwell, pur nell’apparente assenza di filtri per garantire il maggiore realismo possibile, incappa in una forma che impedisce la piena obiettività del contenuto. Il limite di quattro minuti è crudele: la maggior parte delle persone risulterebbe ridicola nel rispondere a una domanda così profonda, che probabilmente non si è mai posta e che soprattutto è tenuta a esaurire in poco tempo. Se lo spettatore si chiede «Che cosa avrei detto io al suo posto?», può facilmente capire che avrebbe incassato gli stessi risolini riservati dal pubblico agli ologrammi. Maxwell non dà giudizi di valore su ciò che rappresenta, lo mette in scena così come lo ha raccolto, ma costruisce uno schema che impedisce una completa pulizia di coscienza.

Certo è che, se Maxwell avesse lasciato un flusso libero agli intervistati, avrebbe ottenuto un materiale molto più lungo, che per esigenze sceniche avrebbe dovuto tagliare e dunque valutare molto più di quanto non abbia fatto con i quattro minuti messi a disposizione. Una scelta pienamente obiettiva sarebbe stata impossibile, ma l’artista si è sforzato di raggiungerla. Il problema riguarda l’intero campo artistico: dal momento che si decide di mettere in scena qualcosa, si attua già un’idea personale. Grattati e vinci, As It Is e Ads si caratterizzano per una pretesa di realismo da indagare a fondo, che però entra in contraddizione con le regole della rappresentazione. Il lavoro artistico non può essere privo di giudizi: nel momento in cui viene elaborato e diventa pubblico, che si tratti di un teatro o di un museo, assume un messaggio anche se questo non è l’intento originario dell’autore.

Alex Giuzio

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