Cinque interpreti della curiosità: i narratori del Premio “Lo Straniero”

21 Lug

Sandro Bonvissuto mentre riceve il Premio Lo Straniero (foto Michelle Davis)

Potrebbe sembrare fuori tema ma non lo è. Parlare di letteratura a Santarcangelo 12, in particolare di narrativa italiana contemporanea, oggi può essere utile e stimolante per il teatro. Lo spunto la presenza degli scrittori premiati per le loro rispettive opere nel corso del Premio Lo Straniero 2012. Si tratta di cinque romanzi diversi per temi, generi e linguaggi, ma accomunati da alcune caratteristiche significative. Eccoli in ordine di uscita, dal primo all’ultimo: Per giustizia superiore di Giorgio Fontana, Tetano di Alessio Torino, Eravamo bambini abbastanza di Carola Susani, Perciò veniamo bene nelle fotografie di Francesco Targhetta e Dentro di Sandro Bonvissuto.

Queste cinque opere tentano di affrontare, ciascuna in modo peculiare, un discorso con la tradizione del romanzo italiano (ma non solo) e con le generazioni precedenti. L’infanzia, il racconto del “bel tempo” spesso avventuroso come momento della definizione degli individui, una costante. Dal racconto della costruzione di una zattera in un bosco fatto da Torino fino al “piccolo deserto” estivo dove l’io narrante di Bonvissuto impara ad andare in bicicletta su insegnamento del padre, passando per il rapimento di un gruppo di bambini da parte di un novello Fagin nel romanzo della Susani. La centralità dell’infanzia nel racconto di formazione praticamente un tema fisso della nostra tradizione, basti ricordare le due opere più famose di Elsa Morante, L’isola di Arturo e La storia, come antecedenti e modelli con i quali questi scrittori dialogano, e nei casi in cui il racconto sconfina nell’avventura, almeno per Susani e Torino, i riferimenti a Twain e Dickens sono evidenti. Per esempio il protagonista di Eravamo bambini abbastanza, un bambino di estrazione borghese che viene rapito mentre la madre al supermercato, ha molti tratti in comune con Oliver Twist, e questo non è casuale: del resto lo dicono anche gli economisti che siamo appena rientrati in un’epoca dickensiana molto più simile alla fine del diciannovesimo secolo che a quella del ventesimo.

Altro dettaglio molto significativo che accomuna questi romanzi il racconto dei margini, e dei marginali che abitano questi spazi. Questo aspetto molto evidente nel romanzo di Fontana, un thriller freddo, senza delitto, dove il rebus da sciogliere morale e tutto interno al protagonista, nel quale la descrizione sciasciana, quasi antropologica, del Palazzo di Giustizia di Milano fa da contraltare alla scoperta di Via Padova, la via degli immigrati invisibili alle istituzioni. Questa tensione si trova anche nella descrizione del carcere di Bonvissuto, un racconto che scaraventa il lettore dentro quell’istituzione fino a costringerlo a fare i conti con la violenza dei muri, come anche nel misterioso pellegrinaggio a Roma del rapitore con i suoi bambini raccontato dalla Susani, un attraversamento delle periferie di mezza Italia, o ancora nella Padova degli studenti precari raccontata da Targhetta fino dentro le stanze d’appartamento subaffittate e condivise (un romanzo in versi per raccontare la precarietà che ricorda moltissimo i versi dello sboom di Elio Pagliarani).

Un discorso a parte va fatto per l’esordio di Bonvissuto, che sembra dialogare in modo più originale con alcuni modelli – Calvino e gli esistenzialisti, come ha affermato varie volte lo scrittore – e stupisce per la sua nitidezza di unione tra forma e contenuto. Il titolo del romanzo, Dentro, una perfetta sintesi di come vengono raccontati tre episodi nella vita di un uomo, dal più recente al più antico, andando dentro l’intima essenza delle cose in quei momenti, la verità nascosta delle situazioni. Bonvissuto parla del carcere a partire dalle fondamenta ideologiche dell’istituzione, del muro come un’invenzione di offesa nata perfetta, oppure descrive la scuola a partire dalla costrizione del banco fino al momento in cui l’unicità incontra l’altro, il proprio compagno di banco. In questo romanzo si ha l’impressione che non ci sia una parola di troppo, che tutte le descrizioni abbiano al loro interno un’illuminazione, che la tensione sia quella di far aderire alla propria lingua un’esperienza che a quel punto appare universale.

Se questi romanzi si possono definire tradizionali, accomunabili per la ricerca di un dialogo con la tradizione, è anche vero che sono simili tra loro per una distinzione di ricerca e metodo rispetto al panorama contemporaneo. In Italia il romanzo attraversa un periodo di transizione che, se non interessante, è almeno vitale, ambientato in un paese vivo perché si è trasformato velocemente, e nasconde ancora al suo interno delle contraddizioni e dei conflitti molto forti. L’Italia sta tornando molto più picaresca di quanto si creda. Il problema è che per raccontare questa realtà servono una forte curiosità e un massiccio investimento sull’esperienza. Quasi nessuno dei narratori italiani di oggi sono dotati di questa capacità d’inchiesta, per niente curiosi e attenti a ciò che accade intorno a loro; ma leggendo questi romanzi si ha l’impressione che sia ricominciata l’esperienza, che “la fame di realtà”, tanto invocata in questi anni, abbia portato alla maturazione di alcuni scrittori e alla nascita di nuovi, più avvertiti e contemporanei. La domanda stringente, oggi, è “come essere contemporanei”, come essere in grado di raccontare il proprio tempo. Questi cinque scrittori sembrano interpreti di un determinato aspetto della curiosità, e soprattutto hanno fatto dell’esperienza lo strumento privilegiato, quasi d’inchiesta, per la costruzione delle proprie opere.

Pochi anni fa il postmoderno sembrava il genere definitivo per un’epoca e una società arrendevoli verso le regole del mercato e della finanza, perché il postmoderno sottintende l’accettazione del mondo così com’è. Oggi si può contestare un tale genere e metodo di lavoro e, anche grazie alla distinzione rappresentata da queste cinque opere “tradizionali”, si può tornare ad affermare che l’arte deve essere un luogo di chiarificazione, di rivelazione del disagio individuale e collettivo, di critica del reale.

Nicola Villa

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