Quando gli orologi dormono, il tempo vola

20 Lug

Recensione di Gyula Molnár – Piccoli suicidi

Gyula Molnár – Piccoli suicidi (foto Ilaria Scarpa)

Ci inoltriamo in un mondo di oggetti parlanti, nel teatro di un animatore: due orologi da polso al quarzo neri, su cui si sincronizzerà lo spettacolo, sono i primi a presentarsi alla nostra vista per poi nascondersi nelle tasche dell’attore insieme a un pugno di noccioline. Gyula Molnár ci annuncia quale sarà l’andamento della pièce, la sua durata e la sua scansione in capitoli – due suicidi e una poesia sul tempo.

Non è concesso fare congetture su questi oggetti: dopo uno stacco di buio, come una dissolvenza in nero su uno schermo, si apre il primo quadro e la prima dramatis persona è già al centro della scena. Si tratta di un alka-seltzer in abito azzurro, il suo palco è un tavolino quasi completamente sgombro e illuminato solo da un lume; a un angolo un sacchetto di caramelle e dalla parte opposta un bicchiere d’acqua. Il comune analgesico sperimenta il proprio spazio d’azione per mezzo del dito indice di Molnár, che nel frattempo dà voce all’oggetto. I suoni onomatopeici connessi all’articolazione dei movimenti del piccolo alka-seltzer riescono magicamente a trasformare quel groviglio di suoni e di gesti in un discorso fluido e il leggero antidolorifico in un vero e proprio personaggio vivo ma, almeno momentaneamente, solo. Concluso questo assolo (in grammelot) e nascosta la propria solitudine dietro il bicchier d’acqua, all’uscire allo scoperto del gruppo di caramelle il piccolo effervescente tenta d’inserirsi fra loro. Tentativo che ripeterà più volte e che immediatamente si rivela di difficile realizzazione: la visibile diversità d’abito fra il singolo e gli altri non è eludibile nemmeno attraverso il mascheramento. Infatti, pur aiutando invano l’alka-seltzer a travestirsi da caramella, Molnár si assume la conduzione di una tragedia in gran parte annunciata e al suo interno prende in prestito e vocalizza le emozioni di entrambi i poli, fino alla frizzante e tragica soluzione.

Un nuovo stacco di luce segna il passaggio al capitolo successivo e alla presentazione degli oggetti di cui Molnár si servirà per metterlo in opera: la storia è quella di un suicidio d’amore e i suoi protagonisti sono Pita (un chicco femmina di caffè brasiliano) e Jorge (un fiammifero svedese). Nei due caratteri stilizzati e animati dall’artista ungherese sembra già inscritto un destino, dato ancora una volta dalla materia di cui sono fatti. Anche stavolta solo il loro burattinaio è in grado di svelarcene le controverse vicende: l’incontro, il corteggiamento, la perdita, la vana ricerca e l’impossibile recupero, innanzitutto di un amore ma anche della vita. In un apparente gioco a carte scoperte per lo spettatore, alle metafore si connettono ulteriori spostamenti di luogo e di senso degli oggetti-attori rendendo la dramaturgia ingannevole per gli stessi personaggi. In un piccolo teatro d’amore, Molnár riesce a nascondere Pita e Iev l’uno all’altra e a trasformarli, facendosi carico del disperato canto d’amore del protagonista maschile della storia. La scottante metamorfosi di una chicca di caffè si realizza così nei cambiamenti di stato fisico di Pita (da chicco, a polvere, a liquido), dei quali il monolitico Iev non può che seguire l’andamento modificando su di essi la tonalità del proprio sentimento e dunque della propria interpretazione, fino a spegnersi allo stadio del definitivo misconoscimento dell’oggetto amato. Lenta si consuma la fiamma di questo amore sul piccolo pezzo di legno e con essa quella della vita del personaggio Iev, nonché le luci del secondo breve esorcismo di uso quotidiano.

Il significato rituale di Piccoli suicidi sembra spiegarsi e raggiungere unità proprio nell’ultimo quadro della composizione: l’annunciata poesia sul tempo, o meglio sul suo incessante trascorrere. Ora, all’interno del formato per un attore e una quantità di oggetti animati creato da Molnár nel 1981, il punto di vista ruota radicalmente e il palcoscenico si amplia, comprendendo anche una panca di legno a fianco del tavolo e tutto il piccolo orizzonte compreso fra questi due supporti. Soprattutto muta la relazione dell’attore con le cose, di cui stavolta non realizza una sonorizzazione ma che utilizza come veri e propri oggetti di scena, in cui poi paradossalmente entra. Lo vediamo camminare per le strade di un mondo-cartina, arrivare in un posto familiare e incontrare una zia formato tessera: siamo entrati nel luogo della memoria, condizione e funzione dell’intero discorso teatrale. Lo spazio poetico del ricordo tuttavia si rimpicciolisce, insieme alle strade, ai marciapiedi e alle persone, cristallizzando in sé i materiali, i personaggi e i drammi finora rappresentati. Le tracce del percorso artistico diventano così noccioline da estrarre dalle tasche, stendere ai nostri piedi e calpestare, esorcizzando lo sgretolio di un terreno friabile. Un movimento inesorabile conclude, riapre e richiude un cerchio; nell’infinità di un pista di polvere di caffè le stesse tracce di una presenza si dimostrano inservibili, in sostanza danneggiate da una patina bianca al sapore di mentolo e d’oblio. «Nulla può scalfire il tempo», chiarisce Molnár, ormai definitivamente personaggio della sua stessa opera, ben prima di scoprire gli orologi, evocandoli quindi prima di mostrarli. Ben prima di rivelarci il passaggio di tempo, la fine dello spettacolo, la fragilità delle cose e dunque anche del nostro delicato tracciato attorno ad esse.

Ines Baraldi

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Una Risposta to “Quando gli orologi dormono, il tempo vola”

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  1. Gyula Molnár – Animare l’inanimato: gioco di oggetti con attori « santarcangelofestival - 1 agosto 2012

    […] collaborazione con Matteo Vallorani e Alex Giuzio) Leggi la recensione di Piccoli Suicidi Share […]

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