Tutto vero tranne il teatro

19 Lug

Recensione di Damir Todorović – As It Is

Damir Todorović – As It Is

Credere e non credere, guardando attori che propongono una “non-recitazione”. As It Is di Damir Todorović, con Valentina Carnelutti, discute sulla sovrapposizione fra realtà e finzione, indaga le falle di una memoria la cui affidabilità viene messa in crisi, sperimenta un percorso di indagine in cui la tesi di partenza getta le premesse su tutto quanto seguirà. Partiamo dunque anche noi da tale tesi. L’attore serbo accoglie lo spettatore in uno stato di apparente non-rappresentazione, seduto attorno a un tavolo. Presenta la serata, asserendo di aver vissuto un prima persona la guerra della ex Jugoslavia e di avere tenuto un diario riportando eventi dei cui contorni lui stesso ora diffida. Si sottoporrà così a una seduta con la macchina della verità, davvero presente sul palco e funzionante, per provare a rintracciare un trauma, un rimosso, insieme all’attrice Carnelutti, complice e intervistatrice, e con il pubblico in qualità di testimone dell’esperimento. Non potendo entrare nel merito rispetto alla legittimità di un uso psicopatologico del poligrafo, ci si chiede: in cosa credere? Nella “vera” ricerca di una verità sommersa? O nel sottotesto da subito evidente, che mette in discussione la stabilità di concetti quali verità e realtà. Il dubbio resta e sarebbe latore di molte potenzialità, non fosse per una realizzazione scenica che ne vanifica le premesse, perché non le avvera nel qui ed ora della rappresentazione.

Todorović prova a fare quello che in molti stanno facendo nelle arti performative contemporanee: abolire o “diminuire” personaggi, i testi teatrali del patrimonio drammaturgico, i disegni scenografici e luministici per toccare un grado minimo di artefazione, in cerca di una essenza che si vuole il più possibile aderente alla vita quotidiana. Ma, a differenza della letteratura, in cui la sovrapposizione fra realtà e finzione può passare per sottili sovversioni formali e spesso non ha bisogno di essere palesata per funzionare, la via teatrale di Todorović necessita di essere dichiarata senza mezzi termini, senza possibilità di fraintendimenti: io vi sto dicendo che tutto quello che ascolterete è vero, è ricavato da mie esperienze, e che ho creato una situazione pubblica di macchina della verità perché è l’unico modo per capire cosa sia accaduto nel mio passato.

Lo spettatore sospetta ovviamente che una tale asserzione sia quantomeno da mettere in dubbio, che il difetto di memoria dell’attore sia un espediente drammaturgico, e che probabilmente alcuni episodi raccontati non siano stati realmente vissuti. Ma tali riflessioni, anche se presenti nelle intenzioni dell’autore, perdono da subito centralità e spessore, perché ci viene offerta una sola lente per guardare e una sola chiave per partecipare: capire quanta verità nascosta ci sia nei recessi della memoria di un individuo attraverso una recitazione che “finge di non fingere”. Viene dunque spontaneo affiancare a questo tentativo le riflessioni di una certa critica letteraria, che non da oggi sostiene come la ricerca di una corrispondenza del racconto a fatti “veri” sia un concetto superato, se non una domanda mal posta. Abbiamo da tempo disimparato a dare credito a personaggi “puri”, totalmente finzionali, perché l’ultimo trentennio di rappresentazione mediatica ha minato alle basi la nostra capacità di credere in qualcosa di completamente inventato. Da Truman Capote agli ultimi casi di non-fiction siamo in cerca di racconti capaci di contaminarsi con frammenti di “vita vissuta”, in cui la sovrapposizione fra la biografia di chi scrive e quella del personaggio è divenuta una tecnica narrativa. In altre parole, per parlare di un caso italiano, leggendo i romanzi di Walter Siti ci si chiede certamente se le azioni del personaggio “Walter” corrispondano a quelle della vita dell’autore («Mi chiamo Walter Siti, come tutti», è l’incipit di Troppi Paradisi), ma più si procede nella lettura più tale domanda diviene un sottofondo, perché importa prima di tutto che il personaggio “Walter” sia credibile al di là di qualsivoglia aderenza a fatti “veri”. Alla lunga il peso della domanda si assottiglia, e chi vuole continuare a porsela non può che fare i conti con una certa morbosità.

Se premesse affini abbiano davvero guidato Todorović, e in quale misura, o se, come si diceva all’inizio, il suo intento fosse davvero svelare frammenti della sua autobiografia, è questione che possiamo lasciare sottotraccia. Tale dubbio sarebbe stato gravido di conseguenze, se queste si fossero depositate in una forma in grado di sostenerle, in un linguaggio capace di mettere in crisi la percezione dello spettatore. Stando al patto che all’inizio dello spettacolo ci viene proposto dall’attore e regista, dovremmo seguire i fili di un tentativo che vorrebbe lambire le estreme conseguenze del ragionamento sopra citato, vorrebbe toccare un “grado zero” della rappresentazione nel quale ciò che si vede deve essere preso per vero, come se il pubblico non fosse a teatro, non avesse pagato un biglietto, non si trovasse in un festival di arti sceniche (o almeno, vorrebbe creare dei “vuoti” in cui manifestare tali spaesamenti di luogo e di senso). Si tratta di una sfida difficilissima ed estremamente affascinante, in cui tutto è in mano all’attore, alla qualità di una presenza che se manifesta minimi barlumi del meccanismo rischia di fare crollare l’impianto teorico e relazionale.

Ma anche qualora As It Is mirasse a costruire una sensazione di “credere e non credere”, il punto di partenza appare troppo assertivo, troppo categorico, soprattutto se non si verifica sulla scena: dobbiamo credere che ciò che vediamo sia lo svolgimento di un vero esperimento di ricostruzione della memoria; credere che la complice stia davvero scavando in storie che Damir sta celando a se stesso. Il dialogo procede serrato: da una parte c’è un’attrice che “fa” l’amica di Todorović, lo assiste ponendogli una lunga serie di domande, controlla le reazioni della macchina della verità e sottolinea gli spostamenti degli aghi del poligrafo, che dovrebbero indicare accadimenti significativi sui cui tornare a indagare (l’avere forse orinato in un fosso cosparso di cadaveri; l’aver forse taciuto le brutalità dell’esercito serbo nel quale l’attore era arruolato; l’aver forse abusato di una infermiera in un ospedale militare). Dall’altra, vediamo un attore che “fa” un ex-soldato e che sembra non ricordare o non volerlo fare, che a volte non risponde, o abbassa la temperatura della voce nei passaggi in cui qualcosa viene rivelato. Ma, anziché vedere Todorović e Carnelutti all’interno di un esperimento, e in stato “quotidiano”, quasi da subito non possiamo che osservare un attore e un attrice che “recitano” Todorović e Carnelutti: nelle pause cariche di pathos, inevitabilmente studiate a tavolino; negli ammiccamenti dell’attrice, che assecondano uno stile colloquiale da teatro di ricerca romano sempre al limite del cliché nelle temporanee uscite dalla dinamica della macchina della verità; quando la Carnelutti per istanti dismette il ruolo di severa intervistatrice e indugia in commenti sulle risposte («Hai davvero ammazzato qualcuno?» «…» [pausa] «Una mosca»).

La componente di artificio ha insomma la meglio sulla ricerca di uno stile colloquiale, che per avverarsi dovrebbe confondere chi guarda, dovrebbe spingere a domandarsi se gli attori stiano recitando, se stiano “recitando una recita” o se stiano davvero dialogando in stato “non-rappresentazione”, ammesso che sia possibile. Anche solo una crepa, una incrinatura nelle granitiche certezze rispetto allo statuto di quello che si sta guardando avrebbe probabilmente creato una percezione diversa, e innalzato la tensione della presenza. Ma la sovrapposizione fra verità e finzione, anche se potenzialmente innervata di prolifici effetti collaterali purtroppo non sviluppati (l’attore è qualcuno che fingendo tocca la verità, As It Is è forse uno spettacolo sulla recitazione?) si scontra con un muro di artificio che diviene inesorabilmente sempre più alto.

Lorenzo Donati

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