Immaginare in tempo di crisi

19 Lug

Recensione di Codice Ivan – GMGS_What the Hell Is Happiness?

Codice Ivan – GMGS_What the Hell Is Happiness? (foto Ilaria Scarpa)

Il termine crisi sembra essere la perfetta sintesi di questo nostro modo di subire il presente. Il paesaggio che ci circonda muta alla velocità della luce, restituendoci una sgradevole e vorticosa sensazione di inflazione degli eventi. Una settimana, qualche mese e il mondo sembra mutare, totalmente.

La crisi materializzatasi la scorsa estate ancora oggi continua a mutare. E con essa aumenta sempre più la caducità delle parole: si è subito e sempre vecchi. E allora ci si arma di tesi e concetti per provare ad afferrare il presente; e senza che uno se ne accorga la crisi si sta già facendo nuova terra sconosciuta. Saltano i tempi e allora si finisce col parlare, scrivere, compiere gesti al buio, mentre il capitalismo pretende di risanarsi inducendoci a pensare che tutto sia stato solo un brutto sogno o un incidente, a spostare le lancette all’indietro quando il mondo era un altro.

Quel che sorprende è l’impotenza della cultura: un’occasione rivoluzionaria come quella offerta dal presente, nonostante le apparenze, sembra innescarsi pochissime volte. Al contrario si ha quasi l’impressione che gli “stati generali per la cultura” e le voci di protesta degli artisti si sgonfino di reale forza, tendano a dissolversi nel farsi pensiero spettacolare. Che l’adesione a ideali di protesta “santifichi” chi li sostiene è una conquista stessa del capitalismo: non ti posso e non mi conviene eliminarti e allora spingo perché tu sia subito trasformato in un santino.

Forse abbiamo l’immaginario che ci meritiamo e l’arte, spesso, ne è lo specchio. Si ha come l’impressione, ed è il caso di uno spettacolo come GMGS_What the Hell Is Happiness? dei Codice Ivan, che il denunciare – sia quando estremo, urlato, sopra le righe, sia quando arguto, minuto e lapidario – finisca col risolversi in una semplice e complice foto del presente. Un fuoco d’artificio ammiccante.

La tecnica usata dai Codice Ivan (comune a tanta letteratura degli ultimi anni) per dire del presente è quella di scrivere dal punto di vista della fine (di un assetto sociale, di un mondo), e si rivela essere una scorciatoia verso il vuoto che ha ceduto al ricatto dell’attualità.

Si parla, si scrive, si narra, si canta con l’occhio già fissato sulla crisi; in una realtà che di fatto ha troppi riflettori puntati sulla fine di un mondo, immaginare di servirsi del codice della crisi come rispecchiamento risulta quasi essere una rinuncia all’arte (che sottrae inevitabilmente forza all’impegno). Viene quasi paradossalmente da chiedersi (perché la strada scelta da Codice Ivan è la strada di molti): si può concepire un’opera che non consenta un “titolo” legato alla più rabbiosa attualità?

Le interessanti intuizioni formali con cui Codice Ivan affronta il tema della ricerca della felicità (il continuo ricorso a cartelloni che raccontano la storia dell’evoluzione, dalla scimmia alla società capitalista; il bilanciare la vocazione politica con una volontà ludica; le videoproiezioni in presa diretta, a volte tutorial sull’evoluzione, a volte animazione spazio-tempo che trasporta in un altrove da incubo fatto di medicinali, case lussuose, terremoti), risultano come anestetizzate dall’orizzonte intellettuale messo in campo. Un orizzonte sincero ma quasi adolescenziale, che non racconta nulla di nuovo rispetto a quanto sappiamo già tutti, che non aggiunge nulla di più ampio e struggente alla storia, che ci fa una lezione di cui non abbiamo bisogno. Anche se l’intento di Codice Ivan fosse quello di rivolgersi a chi non sa o non vuole vedere, What the Hell Is Happiness? mancherebbe di qualcosa: non entrerebbe dentro la pelle. Lo sguardo gelido che ci impone non raggiunge mai una dimensione dolorosa e appassionante; nel fornirci la fredda spiegazione sociologica e psicologica di una visione del mondo non riesce a fare sentire il gelo insopportabile, segno di questi tempi.

Perché non metterci sotto gli occhi l’elefante che sta sotto gli occhi di tutti e che molte volte non si vuole vedere, senza per forza dirci: ecco l’elefante?

L’azione teatrale dovrebbe forse oggi più che mai porsi in aperto conflitto con i codici dell’attualità e della comunicazione, evitando di parlare del mondo come se fosse tutto uguale. Perché non provare a essere figli inattuali del proprio tempo, figli della memoria e dell’immaginazione, tenendo la testa fuori da un presente che soffoca come fosse una melmosa palude?

Con What the Hell Is Happiness? Codice Ivan pone una domanda, quanto mai indagata, che non ha risposta se non in luoghi comuni, frasi fatte, banale retorica. Come bisogna agire? Come bisogna vivere? Codice Ivan racconta la favola di Adamo ed Eva, la cacciata dal paradiso e tutte le conseguenze che ne sono derivate fino al dispiegarsi dell’odierno umano nella sua più semplice e omologata intimità e dimensione pubblica: “Per vivere hai bisogno di una maglietta e di molta frutta; per conservare la frutta ti servirà un frigorifero; e per custodire il frigo ti serve una casa”. La realtà messa in scena è il presente che è nitidamente dinanzi agli occhi di tutti: una realtà totalmente piatta, superficiale, epidermica, senza orizzonti di senso, fatta di slang da social network, slogan post-modernisti, estetiche da videomusic. Un disegno di tanta umana inutilità contemporanea, di cui siamo però sin troppo consapevoli: consapevoli fino al provare stanchezza di fronte all’ennesima riproposizione di un vuoto presente.

C’è posto per la felicità? L’infelicità può essere preziosa? Non ci sono risposte: Codice Ivan sceglie volontariamente di non rispondere: dichiara la finzione del presente e attende il precipizio che ci aspetta.

Incapace di commuovere, giocare, prendere in giro lo spettatore. Incapace di memoria e immaginazione. Senza alcuna volontà di stringere davvero tra le mani questo presente e prenderlo a calci.

Simone Caputo

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  1. Immaginare in tempo di crisi | KLPress | Scoop.it - 20 luglio 2012

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