Su “Les Ephémères” del Théâtre du Soleil

18 Lug

Al cuore della trilogia del Soleil nel nuovo millennio sta Les Ephémères (2006), uno spettacolo-paesaggio che sospende la linea dell’indagine storica per dedicarsi a un teatro dell’intimo, della memoria e della commozione, una esplorazione corale della vulnerabilità umana.

Si tratta di noi. Sono persone come noi, quelle che dovremo vedere. Quelle che ci rivelano il nostro coraggio, la nostra bontà, la nostra fraternità, le chiamerò i Salvatori, e quelle che ci rivelano la nostra vergogna, la nostra viltà, la nostra ostinata indifferenza, le chiamerò i Danneggiatori. Siamo tutti salvatori e danneggiatori della nostra vita1.

Se Le Dernier Caravansérail ci aveva resi partecipi delle peripezie e dei destini dell’Altro, degli esclusi dal ricco Occidente, ora Ariane Mnouchkine e la troupe del Soleil, attraverso un lavoro di scavo nelle proprie vite e nelle proprie memorie, ci invitano a guardare dentro ai nostri confini, ci portano nella Francia di oggi, nel nostro  Occidente; ne illuminano “le zone grigie, poco illuminate” e ci raccontano intensi e dolenti frammenti di “vite  ordinarie”, declinando la Francia lungo più generazioni, bambini inclusi, e lungo tutte le classi sociali.

Speriamo, siamo sicuri, che gli istanti che ci hanno fatti sono molto vicini agli istanti che vi hanno fatti. Che i lutti che abbiamo vissuto sono vicini ai lutti da voi vissuti. Che gli abbandoni che abbiamo subito sono vicini a quelli che avete subito e che i nostri amori, le nostre passioni, le nostre speranze siano anche le vostre.

Les Ephémères è un arazzo scenico che tesse vulnerabili storie del nostro presente e passato prossimo. Le sei ore di spettacolo narrano 12 mondi (ambienti, storie, famiglie), scanditi in 29 episodi, poiché ogni storia si declina lungo più scene, sparse in punti diversi dell’arazzo narrativo. Istantanee di famiglie in interno – cucine, salotti e camere da letto, ambienti ricchi e poveri in infinite varianti – e spaccati di luoghi di interazione quotidiana -dal bar all’ospedale,  dal tribunale alla strada di quartiere – si susseguono l’uno dopo l’altro, in una grana narrativa aperta, fatta di corsi e ricorsi, di vicende parallele e di affondi nel passato e nella memoria.

I nostri spettacoli raccontavano spesso grandi momenti della Storia, dunque erano  immediatamente politici. Ma per me lo è anche Les Ephémères, perché racconta un momento storico della nostra società: parla esplicitamente della maniera in cui reagiamo, umanamente o in maniera inumana2.

Lo spettacolo pone i personaggi di fronte ai lutti, agli abbandoni, alla violenza, per  scrutarne e indagarne i comportamenti e le reazioni, le loro forme di solidarietà, il loro modo di farsi carico l’uno dell’altro e l’una dell’altra. “Lavoriamo sull’amore, la compassione, il coraggio”, annota la regista; e altrove spiega: “L’intimo è interessante solo se rivela una umanità che dovrebbe fraternizzare di più, essere più amorevole e partecipe  […] In ogni caso non volevamo parlare di una umanità violenta e devastatrice”.

Les Ephémères declina in forma contemporanea il gestus costitutivo della cultura femminista dell’ultimo mezzo secolo, perché afferma in forma scenica che il privato è politico. Dando rappresentazione a tanti frammenti di vite individuali, unendoli in un affresco corale che ci propone la comune adesione affettiva a un “intimo universale”3 e ci induce a riconoscerci nel senso effimero delle nostre esistenze e nell’interdipendenza reciproca che ci lega, Les Ephémères avanza verso un rinnovato umanesimo, che ha alle sue basi un’etica della vulnerabilità.

[…] Ariane Mnouchkine e il Soleil danno un oggettivo importante contributo a concepire il rapporto con l’Altro/a (il nostro prossimo), come fondamento per una politica e una morale occidentale non aggressiva, ispirata a una cultura dei legami, in termini convergenti a quanto vanno facendo più voci di donne intellettuali e artiste.  In particolare, colpiscono le affinità fra l’etica proposta da Les Ephémères e quella teorizzata dalla filosofa Judith Butler in alcuni suoi contributi recenti.4.

[…] E’ stato osservato da più parti che Les Ephémères rappresenta vite e volti comuni, ordinari:  a ben guardare, però, i volti e le storie che gli attori del Soleil ci spingono così efficacemente a percepire come ordinari, come parte di noi, sono volti e storie di persone ai margini della vita sociale: un transessuale, una clochard, una ragazza sulla sedia a rotelle, un giovane che si droga, due anziani caduti in povertà, una donna picchiata…

C’è qualcosa di indicibile nelle vicende delle vite messe ai margini della vita sociale, che non sono vietate ma che non conoscono rappresentanza, e dunque sono “ammesse ma non dette”; questo indicibile provoca malinconia. Butler ce lo ricorda rifacendosi a Freud5, e noi constatiamo come la malinconia sia il sentimento prevalente che afferra gli spettatori de Les Ephémères.

La filosofa ricorda come in casi estremi, ma ricorrenti nella contemporaneità, queste vite vengono private di riconoscimento giuridico, conoscono la morte sociale: succede ai migranti, che si ritrovano prigionieri per reato di clandestinità, e ai detenuti di Guantanamo privati di status giuridico. Anche Les Ephémères racconta simili morti sociali, come nella storia intitolata Il parardiso del popolo, che ha a protagonista la famiglia di Estrella, di origine sud-americana: il titolo del racconto allude alla Francia, che per loro si rivela non essere affatto paradiso del popolo, contradditoriamente ammettendo la figlia portatrice di handicap agli studi universitari, ma respingendo la loro richiesta di cittadinanza. E la storia di Nadia e Tony Belloch (il Pignoramento) racconta in maniera programmatica una morte sociale: il pignoratore cerca un accordo con la coppia, vuole definire che cifra possano saldare mensilmente del debito accumulato per l’affitto non pagato da due anni; indaga: “lei signora che lavoro fa? Quanto prende? Come la pagano, col bonifico o in assegni? Ah, liquido, ma allora è in nero!” “Non avete conto in banca? Avete l’assistenza sociale? No, e come no? Ma vi spetta!” “Ora telefono, vi spiego come dovete fare…” “Come, il telefono non funziona? Ve l’hanno staccato?” E, in un accesso di frustrazione: “Ma voi non esistete!”

Voi non esistete…

La regista scrive, a proposito dei personaggi de Les Ephémères, che “si tratta di noi”, ma questi noi in cui ci porta  a specchiarci sono anche i forclusi dalla scena pubblica, coloro che si trovano in qualche modo fuori luogo. Così Ariane Mnouchkine rende politicamente pubblica la nostra vulnerabilità e la nostra melanconia; dà diritto di rappresentanza e rappresentazione a tutte le vite ‘ammesse ma non dette’; e ci fa vivere con Les Ephémères una profonda esperienza di umanizzazione, poiché la rappresentazione di queste vite ai margini ha un profondo, radicale effetto umanizzante6.

Quando sono commossa fino alle lacrime, è perché vedo che in lontananza  c’è qualcosa di voi, dei vostri genitori, le vostre famiglie, il vostro ambiente, ma ciò ci racconta tutto un gruppo, una classe, un paese7

Voglio che vi rendiate conto che attraverso tutte le nostre difficoltà, c’è comunque una specie di tela che si tesse fra i vostri personaggi […] Sento inconsciamente che bisogna ritessere questa tela francese, europea, e in conclusione mondiale, a partire dai legami e dalle similitudini, più che insistere sulle differenze8.

Non c’è dubbio che Les Ephémères, come gli altri spettacoli del Soleil, abbia valenza  profondamente politica, perché ci spinge, in termini analoghi a quanto fanno altre filosofie femministe in forma di testo, a considerare l’umano come degno di compassione e  lutto  nel caso di ogni vita, di tutte le vite; ci interroga  su come metterci al  servizio di una  etica e politica  della responsabilità collettiva; ci spinge a percepire e riconoscere la vulnerabilità umana e la reciproca interdipendenza come base affettiva necessaria per una cultura dei legami e per un rinnovato umanesimo.

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NOTE

 

1Ariane Mnouchkine, Notes de répétions. Extraits de notes recueillies par Charles-Henri Braider, 2006, in data 10 aprile (libretto distribuito nelle serate dello spettacolo, pagine non numerate).

2Ariane Mnouchkine, intervista realizzata da Jean-François Perrier, in «Pièce (dé)montée», février 2007, cit. p. 6.

3Domanda: “In un periodo dove l’intimo si espone sui media, quale può essere il posto di un teatro che parla dell’intimo?” Risposta di  Ariane Mnouchkine: “Penso che il suo ruolo è essenziale perché il modo teatrale è più poetico, più profondo, più reale, più vero. Parlare dell’intimo  a teatro è parlare di un intimo universale, non particolarista. Qui ci interessiamo all’intimo degli altri per riconoscerci, senza voyeurismo”. (Ibidem)

4Cfr., in italiano, Judith Butler, Vite precarie. Contro l’uso della violenza in risposta al lutto collettivo, Roma, Meltemi, 2004, quarta di copertina. Al centro del libro è “la questione dell’umano”: “Di fronte all’emergere della violenza globale, cosa si intende per umano? Quali vite contano e in quanto vite? E cosa rende una vita degna di lutto? Al di là delle differenze storiche e geografiche, la mia ipotesi è che sia possibile fare appello a un “noi”, perché noi tutti siamo consapevoli di cosa significhi aver perso qualcuno. La perdita ha creato un sottile legame tra tutti “noi”. (p. 40)

5Judith Butler, La rivendicazione di Antigone. La parentela tra la vita e la morte, Torino, Bollati Boringhieri, 2003 (ed. or. 2000), p. 110. In questo denso e ambizioso volume di critica filosofica, che precede Vite precarie e ne fonda le analisi, Butler propone una lettura contemporanea di  Antigone, come rappresentante politica di tutte quelle forme di parentela anomale, escluse dalla norma, e perciò votate ad assumere su di sé, malinconicamente, il legame fra la vita e la morte:le loro vite, come quella di Antigone,  sono escluse dalla sfera pubblica e ricacciate in una morte vivente. Le vite anomale rispetto all’obbligo eterosessuale di cui Butler parla ne La rivendicazione di Antigone diventano estensivamente, nel volume successivo, tutte le “vite ai margini”.

6Sulla responsabilità dei mezzi di comunicazione di massa e delle arti nell’attuare procedure che permettono rappresentazioni umanizzanti, cfr. Judith Butler, “Violenza, lutto, politica”, in Vite precarie, cit., pp. 57 e sgg. Butler considera come vi siano morti per i quali è  ammesso il lutto e il compianto pubblico, altri per i quali questo non è possibile; fa l’esempio del  rifiuto del «San Francisco Chronicle» di pubblicare un ‘in memoriam’ per alcuni palestinesi uccisi degli israeliani e considera che “la disumanizzaizone è un rifiuto del discorso, più che un discorso in sé disumanizzante”; considera invece, in positivo, la procedura umanizzante messa in atto dai tanti articoli apparsi sulla stampa americana all’indomani dell’11 settembre, che hanno diffusamente raccontato  e ricostruito gli ultimi momenti delle vite del World Trade Center: “Sono importanti e appassionanti. Hanno un grande fascino, e producono una forte identificazione, suscitando sentimenti di paura e dolore. E’ impossibile tuttavia non chiedersi quale effetto ‘umanizzante’ abbiano queste storie. Non intendo solo dire che quei racconti riescono a umanizzare sia le nostre vite perdute che quelle miracolosamente scampate ala morte, quanto che essi predispongono lo scenario e i mezzi narrativi attraverso i qual l’”umano” diviene degno di lutto”.

7Ariane Mnouchkine, Notes de rèpètitions, cit.,in data 18 aprile.

8Ivi, in data 25 aprile.

 

da S.Bottiroli e R. Gandolfi, Un teatro attraversato dal mondo. Il Théâtre du Soleil oggi, Titivillus, Corazzano (PI), 2012

[a cura di S.B]

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Santarcangelo •12

Supercinema Sala Wenders
gio 19 prima parte
ven 20 seconda parte
sab 21 terza parte
dom 22 quarta parte
ore 17.00
durata 1h30′
film in francese con sottotitoli in italiano
prima nazionale • ingresso gratuito

Supercinema Sala Wenders
ven 20 • ore 18.30
presentazione del film con Olivia Corsini
coordina Roberta Gandolfi

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