Matija Ferlin: un ritratto

18 Lug

Prima della sua partenza da Santarcangelo, siamo riusciti a incontrare Matija Ferlin. L’artista croato, presente al festival col suo Sad Sam/almost 6, ci ha raccontato il suo percorso formativo e professionale fino a oggi; noi lo restituiamo in forma di autobiografia.

Matija Ferlin (foto di Didier Olivré)

Matija Ferlin (Pola, 1982)

Scuole e stimoli
Mi sono formato in contesti diversi, seguendo stimoli molto differenti, a partire dall’ambiente familiare, in cui tutti sono in qualche modo artisticamente impegnati. Ho iniziato a studiare danza da bambino, affascinato da Raffaella Carrà e da altri programmi televisivi che guardavo in quel periodo. Dopo dieci anni sono passato a una scuola per attori, studio che ho portato avanti insieme ai corsi di graphic design in una scuola d’arte. Quando sono andato ad Amsterdam per studiare coreografia ero già grande e oltretutto preferivo lavorare più come performer che come coreografo; tuttavia questo indirizzo mi ha consentito di tenere insieme tutti gli elementi che avevo acquisito fino a quel punto. Io non penso che la coreografia sia esclusivamente legata al movimento del corpo, è piuttosto un modo di vedere, di legare le cose fra loro. È stata davvero un’ottima esperienza, che mi ha dato degli strumenti che ho provato a trasportare sul mio lavoro di performer.

Porto avanti il mio lavoro non legandomi a una forma espressiva specifica: ho fatto spettacoli esclusivamente danzati, altri utilizzando solamente la parola, ho lavorato a cortometraggi e mostre d’arte. Una volta un amico mi ha fatto notare come non stia costruendo la mia carriera verticalmente ma orizzontalmente, tentando di tenere insieme più stimoli e forme possibili.

Da solo insieme
Dopo aver collaborato con una compagnia a Berlino per parecchio tempo, ho sentito il desiderio di lavorare su alcune mie idee, espormi con degli spettacoli, concentrarmi su alcuni progetti che mi interessavano. Allora ho deciso di ritagliarmi del tempo per lavorare da solo. Continuo, però, a lavorare in gruppo: insieme ad altri artisti, danzatori e attori porto avanti una ricerca sulla forma, sui diversi gradi di performatività. Non costituiamo una compagnia, ma collaboriamo in alcuni progetti da freelance, cercando di sondare la performance, di capire cosa è necessario a un danzatore o a un attore in relazione alla creazione e alla formazione. Il nostro impegno è indirizzato alla dis-educazione: provare a distaccarci da ciò che abbiamo imparato per portare noi stessi altrove, per riposizionare ogni cosa e ripartire ogni volta da un punto zero. Ho molto bisogno di questo tipo di collaborazioni, anche perché vivo in una piccola città di quindicimila abitanti e sono molto più “solo” rispetto al contesto di sperimentazione che si può vivere in città più grandi. Dall’altro lato, però, questo relativo isolamento è una scelta che mi consente di essere più vicino alla vita, o almeno a quella che io penso sia la vita. Oltretutto mi consente di concentrarmi sul mio lavoro onestamente, senza la necessità di costruirmi un’autonomia rispetto al contesto.

Sad Sam
Con i miei lavori da solo, dove sono coreografo, regista e performer, tento di innescare il processo creativo legandolo più strettamente a discorsi intimi, personali, rappresentando a che punto si trova la mia ricerca in relazione al discorso sul corpo, sul testo: Sad Sam, titolo sotto al quale riunisco tutti questi lavori, significa in croato “adesso sono”. Mi piace anche il fatto che, essendoci sempre io in scena, si crei il personaggio del “triste Sam” che, in momenti diversi, appare in forme diverse. In questi progetti cerco di trattare le emozioni e i sentimenti senza cadere nel patetico, ma affondando nelle motivazioni più profonde, nei meccanismi che li rendono possibili, nel concetto.

Per ora ci sono tre lavori. Il primo, Sad Sam Revisited, è stato creato per il diploma. Centrando sull’adolescenza ho cercato di costruire una scena insieme romantica e vulnerabile, concettuale e poetica: una sorta di dispositivo di un cuore spezzato. Katalina Mella, scrittrice e coreografa, mi ha aiutato a costruire la struttura testuale che veniva proiettata alle mie spalle. Il secondo, Sad Sam/almost 6, presentato qui a Santarcangelo•12, è più incentrato sull’infanzia, o meglio sulle dinamiche della crescita. Sad Sam Lucky è il terzo e ultimo, per ora, e può sembrare il meno personale e intimo, in quanto per la prima volta ho scelto di confrontarmi con un soggetto esterno: ho costruito lo spettacolo come una sorta di risposta concettuale all’opera di uno dei più grandi poeti d’avanguardia sloveni, Srečko Kosovel. Srečko vuol dir “fortunato”; Sreča vuol dire felicità, e l’ho richiamato nel titolo creando questo gioco di parole, quasi ossimorico, tra “Sad Sam” (triste Sam) e “Lucky” (fortunato). Per la prima volta ho lavorato con un soggetto che non riguarda la mia vita privata, ma non per questo meno personale: Kosovel è un autore che mi ispira molto e considero il suo uno dei lavori d’avanguardia più stupefacenti e attuali, tanto artisticamente e culturalmente che politicamente. Ho deciso di prendere tutti quanti i suoi lavori e decostruirli a modo mio, attraverso diverse forme e linguaggi. È molto difficile affrontare un’opera poetica senza apparire sfrontati, restando in ascolto e non cadendo in dei cliché. Io ho voluto tentare un attraversamento del suo immaginario facendo a meno di metafore e di parlare della sua vita privata, rispondendo fisicamente ai suoi versi.

a cura di Matteo Vallorani

Leggi anche: la nostra recensione di Sad Sam/almost 6

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Una Risposta to “Matija Ferlin: un ritratto”

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  1. Il gesto parlante di Matija Ferlin « santarcangelofestival - 21 luglio 2012

    […] trentenne, interprete e ideatore di opere teatrali e coreografiche. Dopo averci raccontato in un’intervista biografica la sua formazione, risponde ora ad alcune domande sul percorso che lo ha portato alla realizzazione […]

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