Granny, granny what’s the time?

17 Lug

Recensione di Matija Ferlin – Sad sam/almost 6

Matija Ferlin – Sad sam/almost 6 (foto Ilaria Scarpa)

Un passo di topo, le sette di sera; un balzo di lepre, mezzanotte. Il tempo dell’infanzia, al pari di quello scenico, ha modi tutti propri per essere misurato e definire i confini. Sad sam/almost 6, una delle ultime performance del giovane e poliedrico artista croato Matija Ferlin, si apre all’insegna di uno spazio liminare, luogo di metamorfosi obbligata. Il gradino di sosta è quello tra i 5 e i 6 anni, tensione anagrafica che apre la strada alla costruzione dell’umano. Solo ora infatti, si scopre la dimensione sociale della scuola, si vivono i rapporti istituzionali con l’altro da sé.

Eppure ancora prima di questo confronto, l’elemento dialogico che dà inizio allo spettacolo assume il volto del rapporto con il proprio immaginario ferino, istanza visionaria e creativa. Sul palco, chiuso in un cerchio di animali giocattolo, sta l’artista, pedagogo e profeta di se stesso, nonché del pubblico. Si rivolge alle tigri e ai cavalli in miniatura con parole dai tratti autoritari, ordina loro quando aprire e chiudere gli occhi per assistere a frammenti onirici danzati. Siano allora di scena le vite effimere di un principe baldanzoso, di un giovane Edward Mani di Forbice e la vibrante fisicità di una figura femminile. Si tratta di fisionomie, le più riuscite dello spettacolo, delineate da materiali poveri e altrettanto deperibili come la carta, che è corona, lama, vestito, e lo scotch, a cingere i lobi della ballerina. Attimi questi, seguiti da elementi di metateatralità durante i quali lo spettatore è portato a chiedersi il perché della sua presenza e del suo ruolo in teatro. Nonostante ciò, afferma Ferlin, sarebbe impossibile parlare solo di psicoanalisi, metodo che instilla il dubbio ma non concede risposte affermative.

Ci si appiglia dunque a una dimensione spirituale altra: “O morte, dov’è la tua vittoria?” (Corinzi 15, 55). Nello svolgersi dell’azione a questo punto giunge l’immagine dell’agnello sacrificale che, mosso dalle mani del suo creatore, viene posto di fronte a un gruppo di tigri e leoni di gomma. La parabola qui è sin troppo evidente, dal palco si formula la domanda ed è certo, in risposta, che nessuno vorrebbe trovarsi al posto dell’agnello.

Nella seconda parte dello spettacolo la prospettiva cambia e il cavallo sul lato destro del cerchio ruota su se stesso, a guardare l’esterno. Variazione che porta con sé conseguenze diverse: la circolarità del tempo si infrange, il movimento fisico si fa più lineare e sopraggiunge il ricordo. E se poco prima la figura della nonna viene evocata da una filastrocca tratta dall’immaginario condiviso, il ricordo del padre è invece di proprietà personale. Lo sguardo dello spettacolo si rivolge spesso verso la dimensione infantile, ma l’unico momento in cui la reazione “del triste Sam” assume tratti puerili, è ora: l’eccesso di contatto fisico tra padre e figlio, di per sé violento (non carezze, ma morsi), genera gioia, eccitazione nel bambino che scopre i limiti del proprio corpo e si lancia in corsa verso i filari delle vigne paterne, in direzione del pubblico.

Si torna al gioco di parole del titolo, che in croato significa “ora io sono” e in inglese rimanda ad una melanconia che della poetica di Ferlin è tratto distintivo, unico elemento di legame, istantanea fotografica dell’esserci materico del qui ed ora, nel divenire quotidiano.

Francesca Bini

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  1. Matija Ferlin: un ritratto « santarcangelofestival - 18 luglio 2012

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