Vibrazioni immaginifiche

16 Lug

Recensione di Fuocofatuo  Suite A  (Una collezione ordinata di oggetti)

Fuocofatuo – Suite A (Una collezione ordinata di oggetti) (foto Ilaria Scarpa)

Una pergamena, odore di bruciato, il buio che s’impossessa dello spazio. Suite A ha inizio. Le luci svelano poco alla volta oggetti distribuiti con cura maniacale sulla linea orizzontale del palcoscenico. Vibrazioni fuori spartito s’impossessano dello spettatore: un aereo che decolla, un treno che parte e altri indefinibili rumori. L’udito è il senso più stimolato, quello su cui il regista Mirto Baliani si concentra maggiormente. A partire dai suoni, delle storie vengono narrate. Storie che si modificano nel momento dell’incontro/scontro con l’immaginario dello spettatore. Lo stimolo è anche visivo, paiono strumenti classici di un’orchestra quelli che il pubblico si ritrova davanti. Poi luci fatue illuminano altro. Utensili, piastre incandescenti, bollitori, l’orchestra diviene pian piano una cucina, un ambiente familiare. Le immagini sono in continua evoluzione, come le sonorità. Non solo rumori registrati e riprodotti ma anche creati sul momento. Gli oggetti assumono altre funzioni oltre quelle abituali. Divengono veri e propri strumenti musicali che producono un ritmo sempre più coinvolgente. Lo spazio si allarga in profondità e una figura umana fa la sua comparsa sulla scena. È nella penombra, si scorge appena. È Marco Parollo, sound designer dei Fuocofatuo. Indossa un cappuccio evocando un alchimista. Aggiunge acqua ai bollitori con dei mestoli di metallo. Quest’azione produce vapori e vibrazioni. Sostituisce i tegami sulle piastre con movimenti precisi e risoluti. Il suo intervento è di supporto, affinché il ritmo sulla scena prenda precise direzioni rispettando le indicazioni del foglio di scena, unico punto di contatto con la musica tradizionale. Sulla pergamena le curve della composizione vengono articolate in Genesi, Ritmo e Armonia. I bordi bruciati riportano lo spettatore al nome della compagnia: il fuoco, che sulla scena è assente. Il calore delle piastre è prodotto elettricamente. Manca la fiamma, quella del focolare, che porta con sé tutta una serie di significati altri che nel tempo si sono progressivamente perduti. L’ardere di un camino era scambio, ricordo, compagnia, riunione, socialità. Oggi il fuoco è funzionale, riscalda bollitori e tegami, produce dei suoni, dispensa energia ma si risolve in se stesso. L’ultima immagine che il lavoro di Baliani e Parollo restituisce è nostalgica. Sul finire dello spettacolo, mentre sullo sfondo della prospettiva si distinguono bauli e utensili appesi alle pareti pronti all’uso, le luci si abbassano e la cucina assume proprio le sembianza di un caminetto, indicando l’ultimo atto, quello dell’armonia, del gioco, dell’equilibrio di un fuoco che non esiste più.

Davide Di Lascio

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