Cospirazione al conforto

15 Lug

Testimonianza di una memoria dal sottosuolo: Piergiorgio Giacchè racconta Carmelo Bene

Un cortiletto incastonato tra i muriccioli del paesino medioevale, soppalco privilegiato per il racconto, la narrazione di un ricordo, di una memoria – e le piante, i sampietrini hanno quella patina d’antico che non si scollerebbe nemmeno a forza, nemmeno coi discorsi d’un geometra, o simili. Il Giardino del Musas: qui è Piergiorgio Giacchè, davanti a un pugno di spettatori, a raccontare Carmelo Bene. Un ossimoro: tanta Storia attorno e l’Immemorabile ad abitarvi per il tempo d’una sera. Sembra quasi che non ci sia posto per l’attore salentino qui, che parlare di una non-presenza comporti di necessità l’invenzione di una biografia, una pretesa d’essere stati; ma quando Giacchè, illuminato da un fascio di luce, inizia a parlare, fa il buio attorno. È questo buio che aiuta a non avvertirla, la Storia. Oscura le pietruzze e le mura, le case antiche affastellate tutt’intorno, rende possibile l’effimero e la sua non-testimonianza. L’ossimoro si trasforma in una cospirazione, nel doppio senso di cum spirare a una comunione d’intenti, e di attentato al pensiero comodo, confortante.

Un attentato, soprattutto: perché Giacchè non descrive solamente, pensa anche; e lo fa a voce alta, senza riserbo. Il pubblico lo ascolta. Lui esordisce: «Il Teatro memorabile è morto, non ci sono più spettacoli che la gente torna a vedere due, tre, dieci volte». È solo un problema di artisti, si dirà, incapaci di proporre ancora grandi cose. Eppure, con lo sguardo antropologico che gli è proprio, Giacchè (si) chiede: ma non sarà anche il pubblico a essere cambiato? D’altronde gli spettacoli continuano ad andare in replica, e non così gli spettatori. Allora c’è un doppio movimento di allontanamento, di evasione, dal Teatro con la lettera maiuscola; un corto circuito per cui chi ascolta non cerca il confronto, e chi parla non si confronta con chi (come Carmelo Bene) è riuscito a fare di sé e della propria opera un’unità di misura assoluta, in una “ricerca impossibile” sempre attuale e ancora insuperata.

Poi, continua Giacchè, quando una pietra è lanciata, è lanciata. L’attore oggi non può più accontentarsi di essere “commediante, fine dicitore”, semplice artigiano della parola e darsi, senza rimorsi, in pasto al pubblico. Non può far finta di niente. E se a qualcuno capita di porsi, magari anche soltanto di facciata, in un tentativo di superamento, lo fa in totale libertà, scegliendosi da sé la pietra di paragone: spesso preferisce tralasciare il Grande, aspirare al piccolo e legittimarsi di conseguenza. Ci si accontenta (e ci si compiace) del poco spazio concesso e si raggiungono risultati talvolta pregevoli, ma mai degni di una seconda, di una terza, di una decima visione.

Così facendo, si ritorna al problema del pubblico, che può subire le ricadute di una logica del genere. Ma in che misura? Lo spettatore che non torna a teatro è esclusivamente demotivato dal declino qualitativo degli artisti e delle loro opere? O forse considerarlo tale è soltanto un alibi, che permette di dare facili chiavi di lettura a fronte di un fenomeno di trasformazione che è complesso, dovuto a questioni di ampio raggio (culturali, storiche, ecc.) tutte ancora da sondare? Giacchè si limita a porla, questa domanda da un milione di dollari. Non si può rispondere certo su due piedi. Meglio lasciare, allora, il campo al Maestro e all’ascolto della sua Salomè: il buio si fa notte, le voci presenti lasciano il posto a quelle del nastro magnetico, i dubbi si consolano col già noto. Giacchè si ritira in un angolo del cortile, quasi scompare. Restano le sue parole in chi l’ha ascoltato, col timore che i conti non tornino. In qualche maniera, almeno lui è riuscito a risolvere, nel suo piccolo, l’impasse. Non ha soltanto soddisfatto il suo, di pubblico, ha fatto di più: lo ha spiazzato con un interrogativo di cui nessuno, né lui né noi, conosce ancora la risposta.

Marco Capriotti

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