Immaginari e realtà della catastrofe

14 Lug

Case abbandonate, accasciate sulle loro fondamenta. L’erba alta e verde che ne avvolge l’interno, soffocandone i resti. Strade deserte e immacolate, attraversate dal moto veloce e silenzioso di un alce o di un coniglio. Rotaie arrugginite che corrono verso gli scheletri tranquilli di qualche grattacielo in lontananza.

Un terremoto oppure un uragano? La guerra aerea oppure quella atomica? San Francisco, New Orleans, Dresda, Nagasaki? Gli immaginari e la realtà della catastrofe hanno spesso assunto città e metropoli come loro scene principali. Il copione è consolidato. Un violento choc esterno si abbatte sulla città, determina la brusca interruzione della sua esistenza, ne annienta gran parte della popolazione disperdendone i sopravvissuti. Infine, come accade nelle rappresentazioni fantascientifiche, ne piega definitivamente l’habitat concludendone la storia.

Eppure le rovine che abbiamo evocato non sono quelle generate da una grande catastrofe, bensì quelle accumulate da una quotidiana sottrazione di persone, capitali e attività umane dispiegatasi nell’arco di alcuni decenni. Nel caso delle città della cosiddetta Rust Belt negli Stati Uniti – Detroit, Cleveland, Flint e Youngstown, fra le altre – non si è prodotto alcuno choc violento e improvviso. Ma solo una lunga agonia capace tuttavia di produrre un vertiginoso ammontare di macerie, sia materiali, sia sociali. Gli effetti combinati del cambiamento economico, di quello sociale e delle forme d’insediamento umano sprigionatasi nella seconda metà del Novecento hanno reso eccezionale il paesaggio di questa città, imponendone la lettura in termini negativi: territori post-urbani o al meglio de-urbanizzati che, ancor più di quelli scaturiti dalle grandi catastrofi, ci ricordano come le città possano ancora morire. Mentre New Orleans ha ripreso a crescere, Detroit continua infatti ad affondare.

[dall’Introduzione di Alessandro Coppola, Apocalypse Town. Cronache dalla fine della civiltà urbana, Editore Laterza, 2012]

Alessandro Coppola svolge attività di ricerca presso il Dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico di Milano, dove insegna presso la Scuola di Architettura e Società. È stato International Yellow in Urban Studies presso la Johns Hopkins University di Baltimora. Oltre che riviste scientifiche e disciplinari, ha scritto per “il manifesto”, “l’Unità”, “Aspenia”, “Rassegna Sindacale” e “Lo straniero”.



Santarcangelo •12

Premio “Lo Straniero”
Lavatoio
sab 14 • ore 11.00
gratuito

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