“La presenza dello spettatore”

13 Lug

L’attesa dà senso alla posizione dello spettatore: l’attesa non è soltanto la pausa vuota che precede l’inizio della visione, ma una componente costante del modo di guardare dello spettatore. Equivale ad esempio alla rinuncia allo sfogo fisico im-mediato per il gusto di una “reazione” percettiva mediata e autoriflessa, ovvero a un modo di incamerare eccitazione ed energia in previsione di una sorta di gioioso autoconsumo individuale che si può paragonare, dentro l’intimità del soggetto, a una sorta di stato molecolare della “festa”. Equivale a una dilatazione nel tempo di una tensione, che non è detto però si debba dissolvere nell’orgasmo: l’attesa è un esercizio compiuto che ci realizza come presenti a noi stessi, proprio mentre si più assenti dalla scena della presenza oggettiva. Il contrario di essere spettatore è “aspettare”, che è letteralmente “guardare verso” ma ancora meglio “attendere di vedere”: non a caso sul suo significato corrente “aspettare” equivale al tempo in cui non si vede –ancora – niente o nessuno. “Aspettare” è contrario/complementare così stretto che, senza il continuo regalo dell’attesa, non si può raggiungere una soddisfacente definizione di sé come spettatore. L’apprendimento della tecnica psicofisica dello spettatore. L’apprendimento della tecnica psicofisica dello spettatore poggia in prima istanza sull’educazione alla attesa: l’osservatore occasionale può essere sorpreso, mentre lo spettatore è predisposto al gioco del farsi sorprendere.

Piergiorgio Giacchè, Lo spettatore partecipante, (Guerini Studio, 1991)

Guardare da fuori una scena eppure parteciparvi con la massima intensità, non è il risultato di una convenzione – sia pure aiutata dal fascino e dal trucco – per cui soltanto la scena è viva, illuminata, “presente”. Non può essere, almeno a teatro, il sacrificio o il regalo di annullarsi in favore dell’attore: non sarebbe questa una complementarietà efficace, ma semmai una supplementarietà gratuita. C’è viceversa un modo preciso di organizzare la propria “presenza” di spettatore, di collocarla cioè nel contrasto fra il corpo e lo sguardo, fra una nostra presenza fisica che tendiamo a considerare assente e una nostra presenza assenza scenica che si è invitati tutto il tempo a negare e riempire. La “presenza” dello spettatore, allora, tutt’altro che annullata, guadagnerà la forma e il senso di una sospensione, tanto da noi stessi che dalla scena, sospensione che è in realtà rispondente a una provocata ma ineliminabile ubiquità.

Piergiorgio Giacchè, Lo spettatore partecipante, (Guerini Studio, 1991)



Santarcangelo •12

Piergiorgio Giacchè su Carmelo Bene
ven 13 • Sala Musas e Giardino del Musas
ore 23.00 Piergiorgio Giacchè racconta il suo incontro con il teatro di Carmelo Bene
ore 24.00 Ascolto nel giardino della Salomè di Carmelo Bene


[a cura di R.S.]
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