Collettività, apertura e coinvolgimento civico: l’idea di festival dei direttori artistici di Santarcangelo•12

13 Lug

Intraprendere un progetto comune non è facile, ma avere le idee chiare può aiutare. Silvia Bottiroli, Rodolfo Sacchettini e Cristina Ventrucci sono stati determinati sin da subito nel dipingere la prima edizione che li vede rappresentare la direzione artistica del festival di Santarcangelo. Sarà perché i tre hanno già lavorato insieme, componendo il coordinamento critico-organizzativo dello stesso festival al fianco dei tre precedenti direttori (Chiara Guidi nel 2009, Enrico Casagrande nel 2010 ed Ermanna Montanari nel 2011). Ne è scaturita una precisa consapevolezza: la volontà di creare a Santarcangelo•12 una dimensione partecipativa che coinvolgesse direttamente i cittadini. I direttori artistici ci hanno raccontato il loro percorso nella prima parte di una lunga chiacchierata che abbiamo svolto con loro.

Ci piacerebbe cominciare dal vostro metodo di lavoro: come avete scelto il cartellone, e come avete diviso le competenze tra di voi?

Silvia Bottiroli: Abbiamo vissuto un anno sperimentale, anche se avevamo già lavorato insieme nel triennio precedente in qualità di coordinamento critico-organizzativo del festival. In quel caso costituivamo un corpo unico che si relazionava col direttore artistico di ogni anno: vivevamo un rapporto di verticalità tra la visione d’artista — che metteva al centro del festival una certa ricerca — e uno spazio più allargato di discussione e progettazione sulla proposta messa in campo. Quando siamo stati nominati alla direzione artistica abbiamo agito in modo tale che il festival non fosse l’espressione di una sola persona ma di un gruppo. Abbiamo preservato questa dimensione in due modi: da un lato condividendo una serie di domande da cui partire per rintracciare i contenuti del nostro festival; dall’altro lato esaminando domande che ci sono arrivate o che abbiamo incontrato per caso, nei nostri viaggi di ricerca per il mondo. Ovviamente, trovandoci in un disegno che vede me come direttrice artistica e Rodolfo e Cristina come condirettori, è naturale che alcune questioni di responsabilità ricadano principalmente su di me. Ma la scelta artistica è stata unitaria, e abbiamo sempre ascoltato le numerose proposte che ci sono giunte.
Cristina Ventrucci: Prima di programmare un artista dentro il festival abbiamo ritenuto necessario conoscerlo. Non nel senso che abbiamo invitato solo i nostri amici, bensì nel senso che abbiamo voluto incontrare questi artisti per approfondire il loro percorso e le nostre conoscenze. In una direzione triennale come la nostra questo fattore è stato utile, perché ha permesso di intraprendere percorsi in vista delle successive edizioni.

Il festival non ha un tema che lo identifichi. Avete però seguito dei fili rossi, non solo per questa edizione ma per l’intero triennio?

Silvia Bottiroli: Non esplicitare un tema è stata una scelta ben precisa. Abbiamo delle linee guida, ma non abbiamo voluto ridurle in uno slogan. La filigrana attraverso cui si può leggere il festival emerge dai nostri tre editoriali: ognuno ha scritto il suo per evidenziare che abbiamo messo in gioco tre sguardi diversi, che hanno approfondito alcune questioni più di altre. Una di queste è la domanda sul rapporto fra scena e vita quotidiana: come spettatori, ci siamo accorti che tale rapporto oggi sta declinando nella capacità dell’artista di guardare tra le pieghe degli affetti, delle emozioni, dei gesti. È il caso di lavori come quelli di Théâtre du Soleil e She She Pop, che scrutano dentro la vita attraverso la lente dell’arte. Un altro forte interrogativo ha riguardato le modalità di coinvolgimento e di partecipazione delle persone: si tratta di un’importante caratteristica che abbiamo voluto dare a questo festival. Abbiamo deciso di mantenere un aspetto sia solare e positivo che notturno e contradditorio rispetto a questioni ambigue come la partecipazione e la vita ordinaria. Sapevamo che con alcuni artisti era possibile portare avanti efficacemente questo tema: è il caso degli Zapruderfilmmakersgroup che hanno ideato I topi lasciano la nave sul tema dell’abitare la piazza e relazionarsi con essa. Altre due temi messi come pilastri all’inizio del nostro lavoro sono stati la memoria e l’infanzia. La prima l’abbiamo portata avanti con il ciclo Memorie dal sottosuolo, che ha analizzato la storia del festival di Santarcangelo e del teatro in generale. Infine l’infanzia è stata vista non solo come destinatario — seppure anche questo aspetto sia considerato da alcuni lavori come quello di Silvano Voltolina — ma anche come orizzonte teorico per una ricerca sull’origine del teatro e del festival.

Esiste per voi un’edizione del festival sentita come materna, da rielaborare ma allo stesso tempo da tradire?

Silvia Bottiroli: Può sembrare presuntuoso, ma abbiamo cercato di rileggere la mitica edizione del 1978 diretta da Roberto Bacci, che diede al festival l’impostazione arrivata fino a noi. Di recente abbiamo pubblicato sul nostro blog un’intervista in cui Bacci analizzava questa esperienza a trent’anni di distanza: le sue parole, che non citano mai artisti o progetti ma descrivono solo l’atmosfera, hanno risuonato dentro di noi e ci hanno guidato. Bacci creò uno spazio-tempo eccezionale: il paese non dormì più di due ore a notte durante quel festival, che in questa intervista viene paragonato a un terremoto, a un’intensa emozione che ti sbatte e ti risveglia ma che ti spaventa quando ci ripensi. Inoltre Bacci creò una forte relazione con gli artisti e i tecnici, che portò alla nascita di un festival che non apparteneva più a chi lo aveva pensato, che non rispondeva più al suo progetto, poiché il disegno originario si era trasfigurato in qualcos’altro. Quell’edizione è un punto di riferimento per noi, anche se sappiamo che si tratta di tempi differenti: Bacci era un’artista, ed era circondato da un teatro ben diverso da quello attuale. Ci sono poi altre edizioni per noi significative, come quella del 1981 curata da Antonio Attisani, che ruppe il percorso di Bacci. Alla figura di Attisani, che era critico e osservatore, noi tre siamo certo più vicini. L’operazione da lui compiuta non fu tanto quell’esaltazione del momento collettivo operata da Bacci, bensì la messa in dialogo di diversi campi artistici, come un gruppo polacco del Terzo teatro o una giovanissima Laurie Anderson. Da ultimo, per me personalmente è stata molto significativa l’esperienza del 2009 a fianco di Chiara Guidi della Socìetas Raffaello Sanzio, anche se la sua situazione era ben diversa dalla nostra: lei ereditò un festival in crisi, mentre noi stiamo lavorando sull’onda del successo proprio grazie al suo lavoro e a quello degli altri due precedenti direttori artistici, Enrico Casagrande dei Motus ed Ermanna Montanari del Teatro delle Albe.
Cristina Ventrucci: Le edizioni 39-41 sono state fondamentali per capire gli elementi su cui dovevamo continuare a lavorare e quelli da cui dovevamo staccarci per dare una nuova linfa al festival, il cui segreto è proprio il rinnovamento attraverso una ciclicità di visioni. Col nostro lavoro abbiamo voluto mantenere la forza del triennio precedente, ma allo stesso tempo aprire nuove finestre.
Rodolfo Sacchettini: C’è anche un elemento di continuità con l’edizione fondativa del 1971: il nome. “Festival Internazionale del Teatro in Piazza” appartiene all’origine di Santarcangelo e l’abbiamo recuperato non per il gusto dell’antiquato, ma perché sentiamo di avere in comune col 1971 una domanda fondamentale: cosa significa fare un festival di teatro in un luogo come questo? È lo stesso interrogativo che si pose Romeo Donati, l’allora sindaco di Santarcangelo che fondò il festival. Oggi è un fatto comune che sindaci e assessori diano luogo a rassegne spettacolari, ma nel 1971 Donati voleva creare un evento diverso, una nuova corrente culturale.
Cristina Ventrucci: Ogni tanto andiamo a trovare Donati. In lui percepiamo ancora quella scintilla che cerchiamo di ravvivare col nostro lavoro.

Nel triennio precedente, in quanto critici avete affiancato gli artisti. Oggi invece siete voi i direttori artistici. Come avete vissuto questo cambiamento?

Silvia Bottiroli: Il coordinamento critico-organizzativo era la nascita di un nuovo modo di lavorare, non solo intellettuale: partecipavamo all’amministrazione, dialogavamo con la parte politica e ci occupavamo della progettazione del festival, oltre a riflettere e discutere sul suo contenuto. Quindi svolgevamo già alcune funzioni che fanno parte della direzione artistica, alleggerendo il lavoro di quest’ultima. Quest’anno il passaggio più grande sta proprio nella mancanza di un direttore altro da noi: siamo in prima linea, esposti e responsabili, mentre in precedenza eravamo sempre un corpo collettivo e paritario, ma di seconda battuta rispetto al direttore. Questo per noi ha significato disporre di un foglio bianco e non di linee guida trasmesse da un direttore.
Cristina Ventrucci: Il mantenimento del nostro ruolo critico, invece, ci ha permesso di rimanere tre persone che si confrontano e talvolta si scontrano, avendo punti di vista naturalmente diversi che però volevano convergere su una strada comune.
Silvia Bottiroli: Abbiamo inteso la parola “critico” sicuramente rispetto al teatro, ma soprattutto in relazione al lavoro che stavamo facendo, considerando cioè il triennio come un prototipo da mettere in discussione. Anche oggi stiamo mantenendo questo aspetto, con una creazione che non vuole essere monolitica, ma che si costruisca attraverso continue crisi e riaperture dei nostri paradigmi, inventandone sempre di nuovi.

a cura di Alex Giuzio
(in collaborazione con Davide Di Lascio)

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  1. «Il teatro? Un incendio acceso dalla dirompenza politica» « santarcangelofestival - 13 luglio 2012

    […] giovane. Le linee guida che hanno voluto portare al festival ce le hanno raccontate nella prima parte dell’intervista. Qui ci parlano dell’idea di teatro che li ha portati a definire queste linee […]

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