Santarcangelo 1978

12 Lug

Quest’esperienza è rimasta irripetibile nella storia, chi l’ha vista ancora oggi se la ricorda, […] fu unica, una specie di miracolo nella storia d’Italia, per quel clima che si viveva a quei tempi, e anche per la storia del teatro, soprattutto del teatro di strada.
E devo dire che come tutte le cose vere non fu pensata, non fu programmata. Io per primo non sapevo che cosa sarebbe successo, si riusciva a realizzare la fantasia momento per momento, e se ci penso oggi non so perché tutto questo sia successo. Credo che la vivemmo tutti, sia gli artisti che il pubblico, come una specie di trance, perché fu una settimana in cui si dormiva due ore per notte. La percezione di quello che succedeva era attutita o dilatata dalla stanchezza fisica, e questo credo sia un elemento importante da considerare, per cui fu poi anche molto complicato rifletterci su. Fu come un atto d’amore completo in cui il teatro e il pubblico s’incontrarono, si stupirono di quello che poteva nascere dall’esperienza teatrale. E Santarcangelo accolse, anche con una certa difficoltà, perché arrivarono persone di tutti i tipi che dormivano per la strada.
Fu una specie di happening che durò una settimana, in cui tutte le regole del tempo e dello spazio furono trasformate, non esisteva più una logica comprensibile.
[…] Santarcangelo dormì pochissimo in quella settimana, però accettò questa specie di grande festa, festa proprio nel senso di rottura del tempo, dello spazio, delle regole, però con un rigore e una professionalità artistica di altissimo livello, perché mi ricordo bene che tutte le forme che questo festival prese erano complicate, confuse ma ben realizzate, e con una disciplina straordinaria […].
La cosa eccezionale è che si era creato una sorta di cervello collettivo, io avevo l’ultima parola come direttore del festival, ma ciascuno dirigeva la parte che gli competeva. Io coordinavo e poi facevo delle altre cose, ma è come se mi fidassi totalmente delle persone con cui lavoravo. […] Senza porsi il problema del risultato, senza aver paura del risultato: c’era una specie di slancio e di divertimento e di attenzione in quello che facevamo e il pubblico lo sentì, come una specie di animale. Poi ogni sera gli spettatori crescevano perché si spargeva la voce.
[…] Fu un po’ come una sensazione di terremoto, in cui le persone fanno cose che nella vita non farebbero, ci sono quegli eventi in cui si risvegliano forme che non immagineresti mai. Situazioni estreme, in cui le persone si riconoscono, si uniscono e dopo tendono anche a dimenticare, perché, quando la vita normale riprende il sopravvento, c’è come un senso di paura, perché è come se tu avessi perso il controllo. E lì si era perso il controllo, il controllo sociale, il controllo di cosa deve essere l teatro, e si era trovato qualcos’altro, non si era persa la disciplina, la professionalità. Era come una risposta a una situazione estrema. Si respirava in maniera diversa.

Roberto Bacci, intervista a cura di Enrica Zampetti del 3 novembre 2005 a Pontendera. Un estratto più ampio dell’intervista è pubblicato in Enrica Zampetti, Il Festival di Santarcangelo 1978. Riflessi e testimonianze, in “Teatro e Storia”, vol. XXVIII, annale 2007, pp. 252-254


[a cura di S.B.]
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