Conversazione con Virgilio Sieni

10 Lug

a cura di Rodolfo Sacchettini, in Madri e figli_Mères et fils (Maschietto Editore, 2011).

Come hai lavorato con questi non professionisti?
Parto da un livello molto intuitivo e in questo senso mi appoggio, come fossero un bastone, a elementi primari: due corpi come si guardano? Qual è il primo gesto che compiono? Come si avvicinano? E come si dispongono nello spazio? Qual è il momento architettonico della casa o da trasferire nel Museo da dove si origina l’azione? Quando entro in queste case, in maniera molto istintiva cerco di “fare spazio”, perché emerga qualcosa che c’è già. Do a loro alcune indicazioni molto semplici, seguo i loro corpi pressandoli appena, e lascio che attraverso dei micro-movimenti inizi una dinamica. Sto molto vicino a queste coppie, quasi a formare un trio, e comincio ad annotare le cose che accadono con il movimento: dalle parti del corpo attraversate e toccate, agli oggetti sfiorati, alla direzione dello sguardo unitamente al respiro, alla qualità della luce. Durante il primo incontro, che dura un’ora e mezzo, definisco la traccia, fatta di avvicinamenti, di momenti in cui un corpo tocca l’altro, di sguardi che dirigono l’azione e di vicinanze rispetto allo spazio.
Evidentemente ad Arles il luogo casa offre tante informazioni e spunti, ma il centro rimane comunque il rapporto tra madre e figlia: come si guardano e come si toccano, come si sostengono l’un l’altra per andare a terra, verso quale parte di corpo si dirigono e poi che percorsi creano, appoggiandosi di volta in volta al tavolo o alle pareti, o magari raggiungendo la libreria, non semplicemente camminando, ma in un continuo osservarsi, toccarsi, sostenersi.

Quanto è importante il primo incontro?
Il primo incontro è fondamentale, perché lì viene decisa l’intera coreografia, e ha un carattere un po’ magico. Anche se sono gesti e movimenti che richiamano gli oggetti e l’ambiente dove queste persone vivono quotidianamente, le difficoltà sono molte. Anzi si tratta di una doppia difficoltà, perché si eseguono movimenti particolari e inconsueti in uno spazio in cui si è abituati a gesti quotidiani, a determinati comportamenti. E questo è un aspetto che mi piace molto: provare ad abitare la propria casa in maniera differente. A volte ho una strana impressione, recandomi nelle abitazioni a fare questo lavoro: è come se andassi a rimuovere della polvere, della polvere costituita da abitudini gestuali e comportamentali, bella polvere che offre immediatamente delle opportunità di mutamento che intendo cogliere insieme ai partecipanti. Entro in casa come un intruso e faccio compiere dei movimenti, ad esempio sopra a un tavolo, in maniera non consueta. Piano piano si crea un atteggiamento di scoperta condivisa e mi sembra davvero che si vada a rimuovere la polvere sedimentata e radicata dell’abitudine. L’incontro successivo è dedicato alla memoria dell’azione, all’introduzione di sospensioni attraverso il respiro nella lentezza del movimento e a questioni registiche come la scelta delle luci. Di solito cerco di sfruttare l’illuminazione già esistente, sia quella artificiale che naturale, cambiando solamente il colore, filtrando delle intensità, velando dei bagliori, facendola arrivare attraverso riflessi. Ricerco nelle luci un rapporto di “povertà” con l’atto teatrale, facendomi il più delle volte guidare da squarci minimi creati da fessure o luci provenienti da altre stanze, aperture che creano d’impatto il luogo dell’azione, che indicano con forza la provenienza del gesto. Per quanto attiene alla musica ho scelto per Arles le Suite Inglesi di Johann Sebastian Bach, a parte un brano di Franz Schubert trovato nella discoteca di una madre, mentre a Siena si tratta di cinque Sarabande dalle Suite Francesi sempre di Bach. Qui la composizione musicale va a creare una traccia architettonica ben precisa contrappuntando millimetricamente tutte le azioni. Mi piace pensare ogni azione iscritta e disegnata su carta millimetrata dove lo sguardo di queste madri e dei loro figli richiedono infiniti dettagli e accorgimenti musicali come canoni e ritornelli.

E dopo?
Dopo i primi due incontri, lascio a una mia assistente e a una collaboratrice ricercata nella città, il compito di proseguire il lavoro e di tenere viva la magia e il senso iniziale, soffermandosi sulle difficoltà e sui cambiamenti, le trasmissioni tattili e la lentezza del gesto come momento consapevole del tempo. Torno nell’ultima parte del percorso, lasciando del tempo per un lavoro prezioso e lento che riguarda l’assimilazione del gesto. Questa distanza mi permette di vedere come è maturato il movimento nelle coppie, perché con il tempo il movimento cresce anche senza accorgersene. Ad esempio quando lascio da parte una coreografia e la riprendo dopo molti mesi, anche se non ricordo bene i passi, ho la sensazione di conoscerli meglio ed effettivamente una volta che tornano alla memoria mi si aprono delle radure inaspettate. È come quando all’inizio costruisci una coreografia fitta di movimenti e ti accorgi che non c’è tempo di fare altro, perché tutto appare molto denso e compatto. Se riprendi il movimento a distanza di tempo ti rendi conto che si sono aperti degli spazi improvvisi, pur rimanendo identico il tempo di esecuzione. Questo processo è dato ovviamente da una conoscenza e una consapevolezza maggiore dovuta alla memoria creata con le ripetizioni ma anche da un continuo e inconsapevole processo di assimilazione e apprendimento sottile che avviene appunto a nostra insaputa. Tutto ciò lo noto molto spesso anche in queste coppie di dilettanti. C’è ovviamente più memoria, perché il gesto è stato ripetuto tante volte e si avverte chiaramente una padronanza maggiore, dovuta all’adagiarsi del pensiero dentro il luogo del corpo; non si tratta di un modo di abitare il luogo del corpo fuori tempo, secondo una tempistica ansiogena in cui pensare al movimento ed eseguirlo diventa un procedere solo di reazione. È necessario al contrario che tutto ciò che proviene dalla memoria sia trasmesso dolcemente, come pressato delicatamente e venga lasciato fluire e in qualche modo rimanga sospeso. Insegniamo questa idea di sospensione perché venga resa in dinamica secondo scarti poetici e intimi.

Santarcangelo •12

Solo Goldberg Improvisation
mer 18 ore 22.00
Villa Torlonia

Sogni
Scuola Elementare Maria Pascucci
gio 19, ven 20 e dom 22 • ore 19.00 e 20.00
sab 21 • ore 18.00 e 19.00
progetto speciale
prima assoluta

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