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Un premio al coraggio di chi affronta l’esistenza

14 lug

Goffredo Fofi mentre premia Carlo Cecchi, Adele Corradi, Maria Nadotti, Alessandro Spina, Paola Splendore e Mario Perniola (foto Michelle Davis)

«Peppino De Filippo direbbe che il teatro italiano oggi è “scompaginato”: tanta confusione senza una solida sostanza alle spalle». È stato senza ritualistici filtri il discorso di Goffredo Fofi, direttore della rivista Lo Straniero che questa mattina a Santarcangelo ha assegnato il suo omonimo premio, in una giornata ricca di riflessioni sull’attuale situazione culturale italiana. «Il nostro riconoscimento va agli eretici: non ci sono solo i divi degli Strega e dei Campiello, ma anche dei veri artisti e scrittori che riflettono con responsabilità sui problemi della nostra società», ha chiarito Fofi.

Per la giuria del premio, questo ha significato riconoscere il lavoro di chi ha comunicato il panico dell’esistenza umana, anziché scapparne come fanno i popolari «scrittori da bancarella» presi di mira da Fofi. La presa di coscienza è infatti la strada dei coraggiosi, che in questa edizione sono stati soprattutto degli scrittori: una piacevole cinquina di giovani è stata rappresentata da Sandro Bonvissuto (premiato per Dentro, Einaudi 2012), Giorgio Fontana (Per legge superiore, Sellerio 2011), Carola Susani (Eravamo bambini abbastanza, minimum fax 2012), Francesco Targhetta (Perciò veniamo bene nelle fotografie, ISBN 2012) e Alessio Torino (Tetano, minimum fax 2011). Se le giovani generazioni sono così ferme da venire sempre bene nelle fotografie – come allude il romanzo in versi di Targhetta – questi “giovani scrittori eretici” si distinguono per la loro decisione di stare dalla parte di chi non accetta l’immobilismo e la lontananza dalla realtà. Una situazione che li accomuna non solo con il giovane sociologo Alessandro Coppola (Apocalypse Town. Cronache della fine della civiltà urbana, Laterza 2012) – un altro premiato per le sue inchieste così lontane dai superficiali giornalisti mainstream – ma anche ai più anziani scrittori che questa mattina hanno ricevuto il riconoscimento dello Straniero: Adele Corradi, autrice di Non so se don Lorenzo (Feltrinelli 2012) sulla salita alla scuola di Barbiana di don Milani raccontata 45 anni dopo; Maria Nadotti, traduttrice ed esperta di arte contemporanea, con Prove d’ascolto. Incontri con artisti e saggisti del nostro tempo (edizioni dell’Asino 2011); Alessandro Spina, tra i maggiori scrittori del Novecento italiano che ha dedicato tutta la sua opera alla ricerca della verità sull’esperienza coloniale italiana in Libia; Paola Splendore, traduttrice e massima esperta italiana di letterature anglofone del terzo mondo; e Mario Perniola, eclettico intellettuale «punito con la congiura del silenzio» che nella sua ultraquarantennale carriera ha spaziato tra controcultura ed estetica, post-umano e critica della cultura cattolica.

Per il loro festival di letteratura Babel, che la giuria ha apprezzato perché «diverso dalle sfilate di divi e divetti che si avvistano nelle rassegne popolari» (Fofi), sono stati premiati gli organizzatori Vanni Bianconi e Matteo Cotignola. L’unico a non essere presente per ritirare il premio è stato il vignettista Altan, elogiato da Fofi «per la sua attività pluridecennale nel rappresentare con lucida semplicità la stagnazione italiana».

E se ha stupito la mancanza di almeno un esponente del cinema, il teatro si è fatto valere con due importanti rappresentanti: Carlo Cecchi e Menoventi. Due nomi legati a due tempi e a due teatri profondamente diversi, ma accomunati da una feroce critica alla società contemporanea, che per Cecchi ha significato addirittura la censura: proprio alla prima edizione del Festival di Santarcangelo, nel 1971, la sua rappresentazione de Il bagno di Majakovskij ebbe l’onore di inaugurare la nuova rassegna ideata dal sindaco Romeo Donati, «ma evidentemente il nostro messaggio non piacque alla direzione del Festival – ha raccontato Cecchi – poiché il giorno dopo, tornando sul posto per la replica, non trovammo più la scenografia. Ce l’avevano rimossa. Occupammo la piazza per farcela restituire e ripetere lo spettacolo». La compagnia Menoventi, invece, ha messo in scena il disagio della generazione anni zero sfondando i muri della rappresentazione attraverso il paradosso, facendo prima ridere lo spettatore, per poi fargli capire che non c’è nulla da ridere. Si tratta di una tragica consapevolezza trasmessa al pubblico in modo da scuoterlo con un linguaggio semplice per catturarne l’attenzione. L’uomo della sabbia, lo spettacolo premiato dallo Straniero (nonché quello che in questi giorni la compagnia sta rappresentando a Santarcangelo) corre proprio in questa direzione.

Alex Giuzio

“Ora tocca a voi”

13 lug

Da “Lo straniero”, marzo 2012, n. 141.

La memoria di don Milani
di Goffredo Fofi

A 88 anni Adele Corradi, insegnante alle medie che negli ultimi anni di vita di don Milani fu sua strettissima collaboratrice a Barbiana, si è decisa finalmente a scrivere le sue memorie di un’amicizia invero straordinaria. Il mito di don Milani è andato crescendo, invece che spegnersi nel corso del tempo trascorso dalla sua morte, nel 1967, prima che la Lettera a una professoressa stesa dai suoi ragazzi su suo stimolo e con il suo aiuto diventasse uno dei pochissimi testi di riferimento per la generazione degli studenti del ’68. Essi l’ebbero, prima di istupidirsi col ritorno al leninismo, come punto di riferimento forte nella loro azione per il rinnovamento della nostra scuola, perché la scuola trattasse i figli dei proletari e dei poveri così come trattava quelli di chi se la passava meglio. (…) Ma Adele Corradi parla soprattutto della vita quotidiana, dei ragazzi e dell’insegnamento, e più di ogni altra cosa, forse, dei rapporti tra don Milani e le donne, le due che gli furono più vicine, la Eda governante contadina e l’autrice, collaboratrice instancabile e amorosa ma – e ci tiene a dirlo – non innamorata, e poi la madre, e la “fidanzata” di don Milani, la ragazza al cui amore egli aveva rinunciato per seguire la sua vocazione, una donna che, dice la Corradi, aveva conosciuto un’altra persona, il Lorenzo Milani di un’altra stagione.
Forse le notazioni più sorprendenti sono, in questo libro, proprio quelle che gettano luce sul “maschilismo” di cui qualcuno ha accusato don Milani, certamente coerente alla cultura del tempo e della sua in particolare, ma che risulta di una complessità maggiore, e infine più limpida, di quanto altri non ne abbiano detto, per esempio l’amico di gioventù Michele Banchetti. Ma è soprattutto la figura del don Milani educatore a uscire arricchita da queste pagine, un educatore che si mette decisamente dalla parte dei diseducati dalla scuola e dalla società, dei deboli sottoposti ai ricatti culturali dei potenti, dei ragazzi sottoposti al pregiudizio delle “professoresse” – una categoria a cui la Corradi riesce a sfuggire senza sforzo ponendosi anche lei, con decisa ripulsa delle idee e convenzioni del suo ceto e della sua professione (le “vestali delle classi medie” le chiamò acutamente una celebre inchiesta sugli insegnanti) dalla parte dei ragazzi. Anche se dice che non sempre condivise certe durezze di un don Milani preoccupato dalle distrazioni devianti dai problemi reali (e ci pare perfino ovvio che egli dicesse, a un certo punto, che di Esperienze pastorali avrebbe salvato soltanto il capitolo, durissimo ma eccezionalmente preveggente, su La ricreazione).
Poco tempo prima di morire, racconta Adele Corradi in queste memorie di un’onestà e sincerità che ci sembrano assolute e che sono destinate a restare per il loro valore di testimonianza, per il bellissimo ritratto che ne scaturisce di un italiano come non ce ne sono più, ma anche per la loro austera bellezza, don Lorenzo le “fece un discorso che, riassumendo, somigliava a quello di san Paolo quando dice: ‘Ho combattuto la buona battaglia…’. (…) Di esso ricordo solo le ultime parole: ‘Ora tocca a voi!’.”


[a cura di R.S.]



Santarcangelo •12

Goffredo Fofi incontra Adele Corradi
dom 15 ore 11.00 • Giardino del Musas

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