Archivio | 18:28

Dieci dischi mai più senza / 3

22 lug

Dopo le playlist di Mangiacassette e Topsy The Great, ecco quella di Father Murphy!

playlist di Father Murphy (grafica Anna Deflorian)

‘Variations’ da ‘Silenzio’ di John Cage

22 lug

A proposito di Fontana Re-mix, La Casa dei SogniCombinazioni, ispirati a musiche e pensieri di John Cage.

I
Non ottieni nulla scrivendo un brano musicale.
Non ottieni nulla ascoltando un brano musicale.
Non ottieni nulla suonando un brano musicale.
Ora le nostre orecchie si trovano in una condizione ideale.

II
I primi tempi, protestavo quando definivano sperimentale la musica che proponevo.
Secondo me i compositori sanno perfettamente quello che fanno, e gli esperimenti sono quelli che hanno tentato prima di completare l’opera.
Il compositore conosce il suo brano come il taglialegna conosce il sentiero che ha risalito tante volte, mentre invece l’ascoltatore si trova di fronte alla medesima opera all’improvviso, come ci si può imbattere in una pianta mai vista in un bosco.

III
Il divenire del suono, il suo divenire, impellente, unico, ignaro di teoria e storia, oltre l’immaginazione, centro di una sfera senza superficie, non conosce ostacoli, si trasmette con energia. Non puoi sfuggire alla sua azione. Non esiste come gradino all’interno di una serie discreta, bensì come trasmissione in tutte le direzioni dal centro del campo. È inestricabilmente sincrono con tutti gli altri, suoni o non suoni, i quali non suoni, captati da sistemi diversi dalle orecchie, operano alla medesima maniera. Un suono non ottiene nulla; eppure senza di esso la vita non durerebbe oltre l’istante.
L’azione attraverso cui il suono incide e’ teatrale, inclusiva e volutamente priva di finalità. Il teatro avviene di continuo, e avviene che evolve, e ogni essere umano è nella posizione ideale per la ricezione.
La musica, come separazione immaginaria dell’udito dagli altri sensi, non esiste!

IV
E da qui come procediamo? Verso il teatro. Perché è l’arte che somiglia alla natura, più della musica. Abbiamo occhi quanto orecchie, e finché siamo vivi siamo tenuti ad adoperarli.
E qual è lo scopo dello scrivere musica? Ovviamente, un primo scopo è non impicciarsi di scopi bensì di suoni. Oppure la risposta può assumere la forma di un paradosso: un’intenzionale mancanza d’intenti o un gioco senza scopo. Però questo gioco sarà un’affermazione della vita, non un tentativo di ricavare l’ordine dal caos e nemmeno di suggerire miglioramenti nell’attività creativa, ma semplicemente una maniera di risvegliarci alla stessa vita che stiamo vivendo, che sarebbe straordinaria se soltanto riuscissimo a escludere la mente e i desideri, lasciando che scorra come vuole.

V
Il suo divenire [del suono], impellente, unico, ignaro di teoria e storia, oltre l’immaginazione, centro di una sfera senza superficie, non consente ostacoli, si trasmette con energia. Non puoi sfuggire alla sua azione. Non esiste come gradino all’interno di una serie discreta, bensì come trasmissione in tutte le direzioni dal centro del campo. È inestricabilmente sincrono con tutti gli altri, suoni o non suoni, i quali non suoni, captati da sistemi diversi dalle orecchie, operano alla medesima maniera.

VI
L’azione che incide è teatrale, inclusiva e volutamente priva di finalità. Il teatro avviene di continuo, e avviene che evolve, e ogni essere umano è nella posizione ideale per la ricezione.

VII
La grazia forma un binomio inscindibile con la chiarezza della struttura ritmica. Insieme intrattengono un rapporto simile a quello tra anima e corpo. La chiarezza è fredda, matematica, disumana. La grazia è calda, incalcolabile, umana, opposta alla chiarezza e simile all’aria. Qui non sto parlando di grazia come sinonimo di grazioso, ma per alludere al gioco con e contro la chiarezza della struttura ritmica. Le due cose sono sempre compresenti nelle migliori opere delle arti del tempo, infinitamente, e fecondamente contrapposte.

VIII
Lo scopo della musica è edificante perché di tanto in tanto fa lavorare l’anima. L’anima è l’agglutinante di elementi disparati (Meister Eckhart) e il suo lavorio ti riempie di pace e amore.

Immaginazione-corpo-cuore: viaggio nel laboratorio del Théâtre du Soleil

22 lug

Laboratorio “L’immaginazione, il corpo, il cuore” di Théâtre du Soleil (foto Ilaria Scarpa)

Saliamo in macchina verso le quattro e partiamo. Abbiamo solo una vaga idea di dove sia precisamente questo ex Buzzi-Unicem, anche chi c’è stato lo scorso anno non lo ricorda granché. Per fortuna ci sono le indicazioni azzurrine, quelle messe lì dal Festival: un po’ piccole per la verità, ma aiutano; o meglio, aiutano finché non diventano inutili. In lontananza, sopra i palazzi, spunta una ciminiera alta alta, di cui pian piano si scopre il ventre enorme di metallo, pieno di tubi. Qualche manciata di secondi ancora e la vista si libera: ora non si può più sbagliare, l’ex Buzzi-Unicem è quell’ecomostro laggiù.

Parcheggiamo ed entriamo per un cancello pesante che stride e sferraglia. Dentro, un edificio ormai ridotto a quattr’ossa: il laboratorio organizzato dal Théâtre du Soleil s’è alloggiato qui, nel vuoto di una costruzione da archeologia industriale. È il 19 luglio e da cinque giorni i venticinque partecipanti, diretti da Olivia Corsini e Serge Nicolaï, riempiono gli ampi spazi di cemento grezzo coi propri corpi, ridanno la vita a un luogo morto con le proprie emozioni.

Corpo e emozioni: temi coerenti con l’impostazione che il Théâtre du Soleil ha assunto fin dalla sua fondazione, quasi cinquant’anni fa. Il collettivo francese ha sempre prediletto un teatro esplicitamente politico, possibilmente a soggetto storico, proprio a partire dal corpo, dalla sua rappresentazione e dalla sua narrazione. Les Ephémères, il loro penultimo lavoro (2006, del quale è stata pubblicata una versione in DVD nel 2009), presenta una serie di episodi che raccontano il dolore di tanti individui della Francia contemporanea. L’emotività non è il pretesto per un teatro di tipo psicologico, che il Soleil da sempre rifiuta esplicitamente, ma è materia per raccontare del sociale, di come i moti interiori si manifestano all’esterno di noi dando vita allo spazio delle relazioni, dell’incontro. Perciò in occasione del laboratorio tenuto a Santarcangelo•12, Nicolaï e Corsini hanno tentato di ricreare un’atmosfera intima, privata, familiare, istituendo innanzitutto una serie di gesti rituali da ripetere a ogni preparazione della scena (chiusura di porte aperte, sistemazione ordinata di oggetti, pulizia dello spazio, eccetera); a partire da questo clima, rilassato e personale, hanno poi proseguito tentando di suscitare sentimenti tramite la musica. Il lavoro da compiere consisteva, a questo punto, in due tipologie: uno, di coppia, in cui uno dei partecipanti doveva guidarne un altro come il burattinaio con la marionetta, mirava a far sì che a una costrizione del movimento corrispondesse un tentativo di raccontare l’emozione nata dall’ascolto; un altro, nel quale si richiedeva di organizzare improvvisazioni gestuali di gruppo, mirava invece a istituire una collaborazione fondata sui sentimenti comuni scaturiti dalla musica. Proseguendo il discorso iniziato con Les Ephémères, per il Théâtre du Soleil entrare in relazione sulla base di emozioni comuni è fare società: non a caso, allora, la musica suggerita era quasi sempre di tono epico o tragico, tratta principalmente da famosi brani d’opera, e la richiesta era di mettere in scena una gestualità quanto più semplice, pulita, ampia e riconoscibile, quasi archetipica. Solo ora, dopo aver originato un contesto di relazioni in cui le identità possono esistere, è possibile per l’attore entrare in un personaggio, narrarne la tragedia e il dolore con autenticità, senza nascondersi dietro ai gesti preconfezionati e alle frasi fatte. Un laboratorio, dunque, incentrato non sul come recitare, ma sul perché; e dare a sé stessi un motivo, una giustificazione a essere, è forse la cosa più difficile del mondo. «Domandatevi: “chi sono?”, […] “cosa ci vuoi raccontare con questo?”», chiedono Nicolaï e la Corsini durante un esercizio. E concludono: «È difficile ma fa parte del nostro mestiere andare a cercare le idee, di andare dove l’uomo della strada non può andare, perché sennò ci trattano da pazzi. Abbiamo il diritto di uccidere nostro figlio, nostro padre, di mangiare il cuore di nostra madre, però è difficile darsi i mezzi. Non essere un piccolo, semplice essere umano, ma fare, non so, la regina demoniaca… Straordinario, no?»

Marco Capriotti

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